Panico morale

Un'orgia mediatica

Siamo nel pieno di un' ondata mediatica riguardante i giovani e l'educazione l'emergenza e l'urgenza. Ne abbiamo già viste molte. E' necessario continuare a riflettere, a capire, perché senza avere una mente serena e riflessiva non siamo di nessun aiuto ai nostri giovani.

Bande giovanili?

Noi Maestri di Strada non ci sottraiamo, è questo il momento di dire, in qualsiasi contesto, le cose che da decenni si dicono gli addetti ai lavori, ma è anche il momento di continuare a riflettere senza farsi prendere dall’emergenza e dalla foia mediatica.

Cerco di riassumere le questioni in gioco.
Le bande giovanili sono un fenomeno della società moderna presente nelle grandi metropoli fin dalla fine del secolo XIX ed sono in relazione con l’indebolimento del ruolo della famiglia, ma soprattutto – questo aspetto si evidenzia soprattutto oggi – con una perdita di credibilità dei miti fondativi della società contemporanea. La ricerca della protezione di un gruppo di pari, che è parte fondante del processo di crescita, si unisce ad una critica rozza ad una società che proclama valori che non pratica, principi che non sono applicabili a chi è o si sente emarginato.
C’è una vasta letteratura sulle bande, e letture diverse sulla loro origine, tuttavia il tratto dominante è che esse siano vere e proprie organizzazioni e dotate anche di una qualche forma di ideologia.

Nel marzo 2011 ci fu un allarme bande giovanili a Bologna ‘i Bolognina Warrior’ , ed in seguito altri allarmi simili a Genova, Milano etc.. bande che sembravano appunto rientrare nelle descrizioni prodotte dagli studiosi.
Ho il dubbio che i recenti episodi di Napoli siano classificabili come “bande giovanili” mi sembrano piuttosto aggregazioni provvisorie, basate più sull’atto delinquenziale che non su una qualsiasi voglia di riscatto sociale. Se così è la situazione è sotto certi aspetti più grave in quanto affonda le radici in uno stato di abbandono della gioventù che si esprime nei modi più imprevedibili e gratuiti.
Un aspetto significativo degli studi sulle bande giovanili è quanto la politica dei mass media e delle autorità contribuisca a creare una situazione di emergenza che finisce per attribuire ai gruppi di giovani delinquenti una capacità di opposizione sociale che in realtà non hanno. In altre parole potrebbe essere molto importante imparare a sorvegliare le proprie reazioni di fronte ad un fenomeno diffuso ma non ancora dotato di una capacità di autorappresentazione.

Un altro fenomeno evidenziato dalla studio sulle bande giovanili è come gruppi di ragazzini tra gli undici e i 14 anni possano prendere a mitizzare ed imitare i capi delle bande vere e proprie, anche in contrasto con questi stessi e destando la loro preoccupazione. E’ come se i fratelli minori imitassero i maggiori pensando magicamente di acquistarne le doti pretese eroiche.
Ora non c’è dubbio che ragazzi sbandati imitino gli unici modelli che ritengono significatavi. Nella nostra città il modello camorristico – vero o presunto tale, conosciuto direttamente o attraverso la mediazione delle fiction – è quello che meglio si presta a questo ruolo, e solo in questo senso la camorra è coinvolta in questa faccenda senza bisogno di ipotizzare addirittura un meccanismo cosciente finalizzato a candidarsi come soldato della camorra.

Trenta anni fa, quando ancora non c’era il successo popolare del Padrino, e quando non era all’orizzonte Gomorra, un gruppo di ragazzi di Barra – tra cui alcuni miei piccoli allievi (dieci anni) che me lo raccontarono – trovato un manichino nell’immondizia, lo rivestirono, lo macchiarono di succo di pomodoro e lo misero in strada; poi telefonarono alla polizia dicendo che c’era stato un omicidio. Furbissimi aspettarono la polizia per godersi lo spettacolo: ci rimediarono una bella bastonatura e un emozionante inseguimento.

Il piccolo episodio dimostra alcune cose:

  • se non c’è una narrazione bella e fatta, la si inventa. Canzoni, slogan sui muri, scritte nei bagni istituiscono la letteratura criminale senza bisogno di opere da Oscar.
  • come abbiamo costatato nella nostra esperienza diretta esistono luoghi ‘mitopoietici’: ad esempio le lapidi del cimitero presso cui i giovanissimi raccontano le gesta dei morti ammazzati costruendone il mito ed il modello; oppure gli edifici abbandonati e le macerie che sono i luoghi dove si agitano fantasmi e presenze ultraterrene.

Di fronte a queste ‘finzioni criminali” ci sono sempre varie scuole di pensiero:

  • la prima dice che quei ragazzi stavano esercitandosi “in corpore vili” per le imprese future;
  • la seconda dice che forse quei ragazzi stavano esorcizzando le loro paure;
  • la terza, che condivido, dice che in realtà la questione non è già decisa, sarà decisa dal modo in cui noi accogliamo questo teatro e dal modo in cui sapremo inventare insieme a questi ragazzi l’‘agnizione’, il riconoscimento.

Allo stesso modo, quando – a seguito della violenza e omicidio di due bambine undicenni a Ponticelli – si diffuse l’allarme ‘pedofilo’, e l’allarme ‘mostro’ ho visto un gruppo di bambini ‘giocare al mostro’, mettere in scena le loro paure per esorcizzarle o forse elaborarle;
Ottobre 1997, Rione Villa, Napoli – Scappa, scappa sta arrivando – Viene Giovanni il Pazzo, scappa – Ecco, ecco, arriva – Ragazzi eccolo, scappate – Mi dici chi é Giovanni il Pazzo? – E’ quello lì, é uno che ‘s’arrobbe e criature e po’ l’accire’- (é uno che ruba i bambini e poi li uccide) Risponde Pasqualino con l’aria di chi fornisce una informazione scontata e continua le rincorse con i compagni.
I protagonisti del gioco sono bambini e bambine tra i quattro e gli otto anni, stanno per strada intorno alle sette di sera. Ma si tratta di gioco o di realtà?

Ancora: nella mia classe su 22 allievi 17 giocavano – durante l’intervallo – al gioco del carcero (sic), consistente nel ripetere tutta la sequenza propria delle visite in carcere: la confezione del pacco, la perquisizione, il colloquio, l’incontro con l’avvocato etc…
In conclusione molto prima di assumere una posizione consapevole nei confronti dell’atto delinquenziale, i giovani ed i giovanissimi sono restati soli difronte alla violenza urbana cronica ed in quella fase hanno assunto la loro posizione, hanno scelto, senza saperlo, se volevano restare dalla parte delle vittime della violenza o dalla parte degli agenti della violenza. La familiarità ambientale con la violenza impunita, gli sguardi atterriti del mondo adulto, una opinione pubblica isterica hanno fatto il resto. I film da oscar – nonostante le diverse intenzioni – arrivano buoni ultimi a fornire un palliativo sintomatico al dolore immenso che c’è nella vita di ogni criminale.

Ho detto in TV che più volte ho avuto l’impressione che la presenza della criminalità organizzata avere un ruolo di calmiere rispetto alla violenza diffusa. Questo è basato su alcune esperienze dirette:

  • durante gli undici anni dell’esperienza del progetto Chance abbiamo sistematicamente osservato che gli adolescenti ospitati nella nostra scuola speciale non avessero diritto all’adolescenza: ad esempio non potevano flirtare tra coetanei in quanto le ragazze erano già ‘destinate’ a qualche capo o a qualche ‘bravo giovane’: in ogni caso non erano disponibili per i coetanei, e si guardavano bene dal compiere approcci anche nei confronti dei maschi da cui erano attratte.
  • I maschi a loro volta non erano liberi di qualche sana scazzottata: l’appartenenza ad un territorio determinava l’appartenenza automatica ad un capo – anche quando il ragazzo stesso non aveva alcuna tentazione criminale – di conseguenza chi lo toccava metteva in discussione gli equilibri e quindi lo scatenarsi di ben più gravi violenze
  • Quando è successo che un gruppo di ragazzi avesse esagerato in violenze gratuite, sono intervenuti i boss della zona e gliele hanno suonate di santa ragione (esistevano appositi luoghi per i pestaggi) fino alla temporanea sospensione della violenza diffusa.
  • Quando qualche figlio di boss ha tentato di atteggiarsi a prepotente nella scuola è stato piuttosto facile ricordare al genitore che non era conveniente aprire anche questo fronte giudiziario oltre a quelli già aperti.

In conclusione: la camorra non è una manifestazione della violenza primordiale dell’uomo, ma è la violenza organizzata in funzione del fare affari. La violenza gratuita il più delle volte disturba lo svolgimento del business e come tale va limitata.
Il fenomeno delle bande di giovani delinquenti, o addirittura quello della “paranza dei bambini” con velleità di costituirsi come soggetto criminale competitivo, è un fenomeno che “smentisce” il controllo criminale: significa che la massa dei giovani sbandati ha raggiunto una tale consistenza da superare le capacità di contenzione dei criminali; significa che sta avvenendo una ‘rivolta giovanile’ in tutto simile a quella che riguarda la società civile: le giovani generazioni non si riconoscono nei ‘valori’ dei padri, contestano loro di non essere sufficientemente audaci, sufficientemente violenti. Gli contestano persino “l’intelligenza con il nemico”, ossia di fare accordi sottobanco con poliziotti e magistrati.


Padri e madri

I giovani delinquenti sono figli di famiglie inadeguate.
Meno male che ce lo hanno detto, la scoperta è importante, perché viceversa potevamo immaginare che erano figli di famiglie troppo coccolose, o libertarie. La ricerca della famiglia inadeguata, la rivelazione di questa grande scoperta serve solo ad allontanare da sé la responsabilità. Ognuno di noi si ritiene un buon padre o una buona madre, abbiamo fatto del nostro meglio. Ma pochi considerano che paternità e maternità sono anche attributi simbolici che riguardano l’organizzazione sociale nazionale, continentale, mondiale. Questo è stato sempre vero ma da quando siamo un ‘villaggio globale’, da quando riceviamo quotidianamente notizie dai cinque continenti come se riguardassero cose accadute nella strada accanto, dobbiamo pensare che i nostri giovani ci giudicano per le colpe di quelli che governano e dilaniano il mondo, per le colpe di quelli che hanno malridotto un paese che avrebbe potuto essere florido. Dunque i giovani che oggi non ricevono sufficiente protezione familiare non trovano nelle istituzioni sociali nessuna capacità di dare una risposta alle loro richieste di senso.
Ripeto alcuni dei motti che abbiamo adottato per il nostro lavoro:

  • noi non nascondiamo l’assurdo che è nel mondo (da Danilo Dolci) ;
  • noi amiamo abbastanza il mondo da sentircene responsabili (da Anna Arendt). Ci riteniamo responsabili del mondo così come è, e proprio per questo siamo vicini ai giovani, perché sappiamo che sarà migliore se e solo se li accompagniamo nel prenderne possesso e migliorarlo.

La corsa a dissociarsi dal mondo così come è, è miserabile perché lascia i giovani soli di fronte ad un mondo assurdo ed impazzito.
Dunque realmente le colpe dei padri e delle madri stanno ricadendo sui figli: non sono le colpe dei genitori reali – o non solo quelle – ma quelle dei genitori simbolici che governano le istituzioni.
Dunque se vogliamo cavare qualcosa da questa orgia mediatica occorre esaminare impietosamente dove abbiamo sbagliato.
Tutte le istituzioni preposte – compresa la famiglia reale quando c’è – hanno organizzato la crescita dei giovani in un modo che è insieme cognitivo, individualista, competitivo, consumista. Significa che al primo posto c’è l’intelligenza verbale-sequenziale, che si promuove un tipo di persona sul modello borghese benestante che fa a meno degli altri, ed infine che si promuove la lotta di tutti contro tutti. Non c’è spazio per le relazioni, per la solidarietà, per la cooperazione.

Chi continua a dire che la colpa è della scuola non ha ancora capito che quanto più la scuola – così come è – si rende efficace tanto più crescono i problemi che si pretende che essa risolva. E’ necessario un cambio di paradigma pedagogico dopo quattro secoli di onorato servizio, rifondare la scuola come luogo per lo sviluppo di buone relazioni, solidarietà, cooperazione. Noi sappiamo che è possibile, è quello che facciamo da venti anni, che fanno molti altri essendo isolati e vilipesi, tacciati di buonismo e quant’altro sia considerato in conflitto con il conformismo sociale.
I giovani delinquenti non hanno trovato un senso da nessun parte, non hanno trovato nessuno che li guardasse negli occhi riconoscendo in loro una persona giovane, bella e ricca di energie.

Noi sappiamo che ciò che oggi fa più male ai giovani è l’insignificanza, il percepirsi come inutili, non visti e non considerati. La scuola che non sa vedere i suoi allievi come persone, quando ospita un giovane emarginato, conferma l’emarginazione interiore, conferma un odio si sé che è alla base di ogni possibile crimine.
Noi chiediamo, che, almeno nei ghetti urbani, alla scuola sia consentita la libertà organizzativa necessaria ad incontrare l’essere degli allievi piuttosto che una frazione cognitiva della loro mente.
E’ anche l’ora di finire di colpevolizzare i docenti per tutto questo. I docenti sono stati formati, reclutati ed organizzati per occuparsi delle discipline scolastiche e non delle buone relazioni degli allievi con se stessi e con gli altri. Se si vuole il cambiamento, almeno in queste zone, bisogna procedere con ‘la comunità educante”. Da questo orecchio il MIUR non ci sente, solo alcune fondazioni (Impresa sociale “con i Bambini”) stanno finanziando progetti in cui si cerca di realizzare insieme la comunità e la cura di percorsi di crescita personale per i ragazzi che abbiano già manifestato segni di “povertà educativa”. Il Comune di Napoli, quattro organizzazioni del privato sociale – tra cui i Maestri si strada – alcune scuole stanno realizzando questo progetto. Non abbiamo nessun altro segnale da altre istituzioni che dovrebbero invece essere molto presenti sul tema.

Amici e nemici

La logica dei media, anche quando le singole trasmissioni sono buone, anche quando gli interlocutori dicono cose sensate porta inesorabilmente ad approfondire le divisioni, a dividersi in amici e nemici ma è proprio questo che porterà ad una moltiplicazione del fenomeno, che stringerà nell’angolo giovani che sono già senza speranza. Uno dei compiti educativi che ci siamo dati fin dal tempo del progetto Chance è “allentare le maglie dell’odio e della paura”; quando veniamo trascinati in una logica bellica sappiamo che possono richiudersi i varchi faticosamente aperti con anni di lavoro, ed è per questo che senza sottrarci al dibattito pubblico dobbiamo anche saper conservare lo spirito di pace che ci anima.
Per tutta questa nota ho usato volutamente il termine ‘giovani delinquenti’ ben sapendo che ad alcuni non piace che si usi il termine delinquenti; viceversa so bene che ci sono troppi altri che hanno un bisogno ossessivo di parole che marcano la distanza. Usare termini eufemistici, usare un frasario da cui traspare una nostra volontà di capire ed aiutare chi ha commesso gravi crimini non cambia la realtà: ci sono persone, nostri figli, che sono pericolose e disposte a mettere in gioco la propria ed altrui vita. Il termine delinquente serve a qualificare le azioni di cui si sono resi responsabili; questo non implica distanza umana ma a maggior ragione vicinanza e volontà di dialogo. Ogni buona madre sa che necessita di più amore il figlio che si è messo su una cattiva strada e sa anche che questo amore parte necessariamente dal riconoscimento delle colpe commesse. Una madre difende ed ama il proprio figlio qualsiasi colpa abbia commesso, e al tempo stesso odia e condanna ciò che ha fatto. Allo stesso modo un figlio si mette in grado di essere amato non quando nega le colpe ma quando le riconosce come sue, premessa necessaria al liberarsene.


Omertà

Coloro che hanno cercato di uccidere Arturo sono ‘omertosi’? Sono omertose le loro famiglie?
Se ho capito la dinamica ci troviamo di fronte a qualcosa di più primitivo: una negazione.

La definizione di negazione dovrebbe essere più o meno la seguente:
La negazione è un meccanismo di difesa arcaico, presente fin dalla primissima infanzia ed è parte del “pensiero magico” per il quale negare un fatto fa in modo che questo non sia mai avvenuto. La negazione può apparire quando una persona abbia commesso qualcosa di enorme in seguito ad un “agito”, ossia abbia commesso un’azione indotta da un particolare stato emozionale da lui stesso non controllato. Se questa azione eccede le possibilità di elaborazione e/o giustificazione, la persona può cancellare quell’atto dalla sua memoria.

Il ragazzo arrestato e chiuso nel carcere minorile di Airola, è stato riconosciuto da tre persone eppure continua a negare (così ci viene detto). In carcere con una accusa così grave, resiste molto di più dei professionisti del crimine. Per capire possiamo solo fare due ipotesi: che sia membro di una banda solidissima e che egli stesso sia tanto solido da non cedere di una virgola. In questo caso tutto quello che ho detto finora è sbagliato e fuori luogo: ci troviamo di fronte ad un crimine premeditato commesso da giovani ma che nulla ha a che vedere con le “gang giovanili” . Oppure, come sospetto, tanta ‘solidità’ non è altro che negazione di fronte ad un crimine veramente enorme.
(uno degli assassini di Vincenzo Amendola, il diciottenne ‘giustiziato’ nel febbraio 2016 – a San Giovanni a Teduccio – da tre quasi coetanei per uno ‘sgarro’ al boss, confessò tutto nel giro di 36 ore dal delitto).
Dunque scatenarsi con gli aggettivi, con le qualificazioni mostruose non ci aiuta affatto a capire, non ci aiuta ad aiutare altri ragazzi a non cadere nella trappola delle ‘emozioni violente’.
Anche le famiglie negano? E’ possibile. E’ possibile che le famiglie non vedano l’evidenza. Del resto è noto che, nei casi di violenza sessuale domestica, spesso le madri hanno negato a se stesse la consapevolezza di ciò che vedevano.

In conclusione se vogliamo avere un ruolo educativo in questa vicenda, se vogliamo aiutare noi stessi e i giovani a frenare potenti spinte regressive, bisogna restare lucidi e non rinunciare all’analisi, non rinunciare a vedere le questioni da vicino.

Stanley Cohen, studioso delle bande giovanili, ha introdotto (1972) il concetto di “panico morale” che deriva da una reazione esagerata dei media che inseriscono anche i minimi e disparati episodi in una unica trama che accresce il senso di disgregazione della società e il timore di possibili catastrofici eventi.

Uno dei frutti di questa fase è che i legami faticosamente costruiti negli anni per tenere assieme periferie e centro, per rompere i limiti dei ghetti di periferia sono esposti a pericolose tensioni. Mentre chi deve si impegna a punire i delinquenti gli educatori devono impegnarsi ancora di più con quelli che potrebbero domani trovarsi nelle stese situazioni.

Bisogno dire di no all’odio.


Vi riportiamo i link ad alcune trasmissioni televisive e radiofoniche a cui abbiamo partecipato e che comunque ci aiutano a parlare di ciò di cui ci occupiamo da più di 20 anni

Siamo Noi - TV 2000

Uno Mattina in famiglia - 8° minuto

TGr Campania - min 03:15"

Buongiorno Regione Campania - 13° minuto

Rai Radio 1 - 4° minuto

TgR Campania - min 8:15"

Geo - Rai3

Uno Mattina - h 1:04:00

 

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