Una lettera tra i 2 volti di un' UNICA città

Fra’ c’amma fa’? (Fratello, cosa vogliamo fare?)

In questi giorni in tv, per radio, sui giornali si è sentito tanto parlare di baby gang, di giovani bene della città e dei giovani dei quartieri degradati, dei 2 volti, forse opposti, che una città come Napoli talvolta presenta.

Credo che più di 2 volti si dovrebbe parlare di 990.000 volti diversi, tanti quanti sono gli abitanti della nostra città, perchè per fortuna nessuno è uguale all'altro, ma ricordiamoci che siamo tutti figli della stessa terra.

Non si può negare che vivere in un quartiere o in un altro segni una certa appartenenza ad un branco, ma come possiamo dire chi sono i buoni e chi invece i cattivi?

Forse basterebbe un po' di dialogo tra le parti per sentirsi più simili, più fratelli e per poter vivere meglio gli uni il quartiere dell'altro senza gerarchie e pretese, per poter vivere tutti un' UNICA città.

Stiamo trasformando le pericolose incursioni di sgangherate gang giovanili in uno scontro di civiltà. E' un errore colossale. Ci  piacerebbe che i 'buoni' fossero capaci di parlare ai "cattivi". E' un'utopia? Niente affatto, noi siamo tra quelli che mantengono aperto il dialogo tra parti della città che si guardano in cagnesco. Sarebbe bello che molti altri si impegnassero per il dialogo .....
Patrizia Izzo obietta: Se però ti danno il tempo di parlare con loro.
Da quello che leggo, le botte e i coltelli partono subito...
Il tempo di parlare c'è stato eccome se c'è stato. C'è qualcuno che ha incontrato gli accoltellatori di Arturo in una classe scolastica ma non è riuscito a parlarci, c'è qualcuno che ha incontrato i ragazzi di Piscinola e non è riuscito a parlarci. Ci sono ragazzi in classe che se ne stanno tutto il tempo con il cappuccio in testa e lo zaino davanti alla faccia: stanno soffrendo e questo non prelude a nulla di buono.
Mediamente nessuno di noi sa come comportarsi, la classe scolastica è il luogo meno adatto a 'un dialogo di vita', la scuola, non ci stancheremo mai di ripeterlo, non è nata per fare questo.
Può farlo ma deve organizzarsi e prepararsi per poterlo fare.
A noi Maestri di Strada capita che docenti e dirigenti ci chiamino in aiuto per fare questo, ma poi le condizioni sono talmente rigide che riesce difficile fare realmente qualcosa. Bisogna rivedere il rapporto tra le generazioni e questo non riguarda la scuola ma l'intera società. Noi interveniamo in questo dibattito perché vogliamo che gli adulti che non insegnano e che non fanno i maestri di strada comincino ad assumersi delle responsabilità per quello che sta succedendo e per creare le condizioni perché non si estenda e non si ripeta. 

Cesare Moreno ha immaginato una lettera scritta dalla parte "bene" di Napoli a quelli che sono i "cattivi", gli aggressori per antonomasia e l'inizio di un dialogo che oggi sembra impossibile.

 


 

Fra’ c’amma fa’? (Fratello, cosa vogliamo fare?)

Guerra di religione?

Molti opinionisti si accapigliano a spaccare il capello in quattro per definire se la lotta contro l’ISIS sia una guerra di religione o altro. Sono sicuro che è una guerra di religione, per il semplice fatto che noi europei ed italiani abbiamo una lunga consuetudine con le guerre di religione. Per esempio stiamo trasformando le pericolose incursioni di sgangherate gang giovanili in uno scontro di civiltà. E’ un errore colossale. A me piacerebbe trovare i mezzi per dialogare. Per esempio mi piacerebbe che i ‘buoni’ fossero capaci di parlare ai “cattivi”. E’ un’utopia? Niente affatto, noi siamo tra quelli che mantengono aperto il dialogo tra parti della città che si guardano in cagnesco. Sarebbe bello che altri docenti ed educatori si impegnino per il dialogo, ad esempio scrivendo lettere di questo tipo ai militi ignoti della violenza gratuita.

Fratè’

è bello che sia in uso il termine fratello tra molti ragazzi.
Spesso il termine fratello è associato alla condivisione di una condizione di esclusione. I ragazzi dei quartieri ‘male’ si considerano fratelli.
Non mi pare che succeda la stessa cosa tra i ragazzi dei quartieri bene, ma soprattutto non mi pare che si usi tra ragazzi di quartieri diversi.

Però forse dovremmo usare tutti il termine fratello, perché siamo tutti dentro una città che sembra non volerci, una città che sembra fatta apposta per aizzare gli uni contro gli altri.

Dobbiamo confessare di avere paura: di avere paura di nostri coetanei, di avere paura del fratello. E ci pare assurdo, perciò vi scriviamo.

Qualcuno di noi frequenta scuole che hanno buona fama, accede facilmente ai vestiti firmati, ai cellulari più costosi, ai ritrovi più esclusivi, fa lunghe vacanze in posti rinomati. Come si usa dire siamo figli di papà, altrimenti detti “chiattilli”, assimilati a quegli animaletti che si fanno chiatti (grassi) con il sangue altrui.
Dall’altro lato altri ragazzi si devono accontentare delle firme false, dei cellulari rubati, delle schede clonate, frequentano scuole sgarrupate, non fanno vacanze in bei posti, non hanno accesso ai locali alla moda.

Dunque siamo profondamente divisi dall’accesso ai beni eppure siamo profondamente eguali: siamo nati con la stessa intelligenza, abbiamo le stesse possibilità di accedere al meglio della cultura umana e abbiamo le risorse per poter migliorare la nostra condizione di vita.
E siamo profondamente eguali nel sentire la difficoltà del vivere, la difficoltà di affrontare compiti nuovi, la difficoltà a trovare un senso in un mondo che sembra impazzito e sembra non volerci.
Sembra che alcuni di noi abbiano la strada spianata dai privilegi paterni eppure per tutti c’è il dolore di una convivenza umana piena di brutture, piena di odio e divisioni.

Dobbiamo chiederci se i giovani devono accettare dai loro padri eredità così pesanti, eredità che ci portano alla divisione piuttosto che alla convivenza, alla concorrenza piuttosto che alla cooperazione.

E’ vero che molti ragazzi che vivono nelle zone dell’esclusione ci mettono del loro per restare esclusi: sono troppo arrabbiati per impegnare la mente ad apprendere e a migliorarsi.
Forse in questo possiamo aiutarvi. Possiamo parlare insieme, possiamo aiutarvi a liberare la mente dal pensiero fisso che altri ragazzi come voi siano dei nemici. Forse ci sono cose più importanti dei cellulari e dei vestiti firmati che potremmo scambiarci.

Ci sono ragazzi ‘ricchi’ impegnati in associazioni e attività finalizzate a creare una convivenza buona con i giovani di periferia. Questi ragazzi ricchi così facendo si sentono più a loro agio in una città difficile ed insieme a loro i ragazzi ‘emarginati’ si rendono conto che hanno in mano tutte le carte per migliorarsi, che non hanno nulla da invidiare ai ricchi.

Ecco sarebbe bello che questo dialogo tra giovani andasse avanti, che facessimo capire al mondo adulto che abbiamo qualcosa da dire assieme e che non intendiamo restare prigionieri di una rappresentazione del mondo in cui la diffidenza e l’odio appartengono a chi ha vissuto male la propria vita e non ai giovani che questa vita la vogliono vivere nel migliore dei modi.

Cesare Moreno 


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