Migrazioni e scuola. In quale labirinto ci siamo cacciati?

Forlì - Liceo classico Morgagni

Verso la fine del mese di Marzo c'è stato a Forlì un incontro per parlare sul tema dell' immigrazione, per una maggiore conoscenza ed un' altrettanta coscienza: "la realtà dell' immigrazione. Conoscere di più per agire meglio".

Sicuramente non possiamo far a meno di vedere come nella scuola ci sia sempre più un mix di razze, intese non solo come differenze etniche, ma anche come differenze sociali, culturali e quant' altro. Non sempre è facile far collaborare queste "differenze"...

Cesare Moreno: “abbiamo perso i rituali di pacificazione. Solo riuscendo a guardare in faccia la fragilità che è dentro ognuno di noi, comprendendo che nessuno ha il monopolio del dolore o della verità, può nascere l’empatia.”

All' incontro era presente insieme a Cesare Moreno, Andrea Canevaro, pedagogista ed editore italiano, professore emerito dell'Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, impegnato sul fronte dell'inclusione sociale. 

"Incontrarlo - sostiene Cesare Moreno - è sempre un’esperienza. Esperienza è sentire dentro qualcosa di nuovo e di fresco".

Diversi gli spunti di riflessione su cui si è discusso e che Andrea Canavaro ha suscitato, ma tra tanti ci ha colpito questo:

“siamo in un' epoca in cui non riusciamo a distinguere il cane dal lupo. C’è difficoltà a vedere. È importante la conoscenza diretta per rompere i pregiudizi e gli stereotipi che circolano.”

Proprio da queste riflessioni sono emerse delle considerazioni del nostro presidente, che riportiamo di seguito.


Cani o lupi?

Incontrare Andrea Canevaro è sempre un’esperienza. Esperienza è sentire dentro qualcosa di nuovo e di fresco. Andrea ha 79 anni, ma non demorde, doveva fare degli accertamenti medici ma non ha voluto mancare l’appuntamento ed ha regalato a me e ai tanti studenti presenti parole preziose.

Siamo in tempi difficili, non sappiamo più distinguere il cane dal lupo: se siamo accoglienti ed è un lupo ci va male, se siamo diffidenti ed è un cane abbiamo sbagliato: questo è il labirinto da cui non riusciamo ad uscire. Labirinto è la frantumazione dei compiti, opacità del vedere, nel tenere assieme cose diverse. Le mafie hanno la diabolica capacità di ‘rassicurare’ i poveretti ed insieme di allearsi con i ricchi. Mi impressiona la triangolazione Sarkozy, Gheddafi, attacco alla Libia.

Noi abbiamo solo la conoscenza diretta per rompere con gli stereotipi: in un bar gli avventori tuonano contro gli africani: mandarli a casa e quelli che restano accopparli. Poi entra un nigeriano ed è tutto un salutarlo calorosamente. “ma come, non li volevate accoppare tutti!?”, “che c’entra, lui lo conosciamo!”

Ecco, noi ci troviamo in una situazione di cambiamento non omogeneo, in cui qualcuno ha conoscenza diretta, altri hanno solo gli stereotipi oppure semplicemente non hanno ancora percepito il cambio di contesto.

C’è una barzelletta illuminante in proposito.
Un signore prende un taxi e dimentica di comprare il giornale. Chiede al tassista di cercargli una edicola, ma quello non sente, allora gli poggia una mano sulla spalla per farsi ascoltare, ma quello perde il controllo dell’auto e a momenti fa uno scontro frontale. Il passeggero chiede scusa se lo ha spaventato tanto, ma lui risponde: “no è tutta colpa mia, questo è il mio primo giorno da tassista, fino a ieri ho guidato carri funebri”.

Questa disomogeneità nel cambiamento può essere combattuta in un solo modo: con la pazienza. L’evoluzione dell’uomo, lo sviluppo del cervello in seguito all’intensificarsi delle attività della parola e del lavoro, hanno portato allo sviluppo di un nuovo neurone: il “neurone del portare pazienza”. Questo neurone consente di convivere a lungo con un problema senza risolverlo, consente di ‘fare amicizia’ col problema finché non spunta la soluzione. Si dice che occorre costruire ponti e non muri, ma anche il ponte richiede pazienza: bisogna camminare lungo la sponda finché non si trova il punto giusto, e neppure questo basta: bisogna consultare gli abitanti del posto per sapere se quel punto è così sicuro, se non sia uno di quelli in cui una piena farebbe gran danno. Insomma ci vuole pazienza, operosità, capacità di combinarsi con gli altri, cooperazione, è questo che fa male alle mafie.

 

“Scuola. In quale labirinto ci siamo cacciati? Come ne usciamo?”

Andrea aveva voluto per il nostro incontro questo titolo “In quale labirinto ci siamo cacciati? Come ne usciamo?” Allora non sapeva che ci saremmo riuniti nella sala Icaro, che è l’aula magna di una scuola aeronautica che solo la retorica fascista poteva intitolare a uno che era precipitato.

Però la storia molto complessa che ruota intorno al labirinto fa proprio al caso nostro.
Per prima cosa voglio raccontare la storia del Minotauro come la ricordo.

Il Minotauro era il frutto di una bestiale passione di Pasifae, moglie di Minosse. L’essere orrendo con il corpo di uomo e la testa di toro, feroce carnivoro piuttosto che erbivoro, non viene ucciso, come sarebbe stato normale in quei tempi, ma viene rinchiuso nel Labirinto costruito dall’architetto Dedalo. Il labirinto serve a impedirgli di uscire, e allo stesso tempo lo protegge e lo nutre con sacrifici umani: ogni anno sette giovanetti e giovanette, fornite da Atene, tributaria di Minosse, gli vengono offerti in pasto.
Il Minotauro infine viene ucciso da Teseo, aiutato da Arianna, sorellastra del Minotauro, a sua volta aiutata da Dedalo che le da l’idea del famoso filo rosso – o addirittura lo fabbrica – che viene svolto all’andata per essere riavvolto al ritorno.

La prima cosa interessante di questo mito è che Dedalo, al termine della costruzione, viene lui stesso rinchiuso nel labirinto. Per uscirne confeziona, con piume legate da cera, ali per sé e per il figlio Icaro. Come è noto, Icaro cadrà in mare per aver volato troppo alto. E c’è un dettaglio che per la prima volta ho messo a fuoco: Dedalo era esule alla corte di Minosse perché colpevole di “infanticidio”. Era accaduto che avesse preso a bottega un suo nipote dodicenne e che questi l’avesse superato in ingegno inventando cose come la sega per il legno ed altro. L’invidia fu tale che un giorno lo buttò giù dal tetto di un tempio fingendo un incidente. Come non pensare che la morte di Icaro sia stata una replica del primo omicidio, che Icaro non sia precipitato per ‘incidente’ ma perché ancora una volta Dedalo era invidioso dei giovani che “volavano più alto” di lui? E sono colpito dal fatto che nella mitologia che ci hanno insegnato a scuola si parlava di Urano che divorava i figli come di un mito arcaico, ma nulla ho mai sentito sulla permanenza di questa ostilità ai giovani in piena età apollinea. Dunque i giovani tengano presente che tra i mostri annidati nei recessi della razionalità dominante c’è anche l’invidia.

Ritornando al Dedalo “trionfante”, ci viene raccontato che fu anche colui che trovò un secondo modo di uscire dal labirinto fornendo il filo ad Arianna.

La mia lettura è che il labirinto rappresenta insieme l’impalcatura razionale della nostra mente e la struttura complessa delle città: entrambe impediscono alla bestia – le passioni violente, le emozioni più irriducibili – che vive nei recessi più profondi di venire alla luce, ma al tempo stesso la proteggono al punto che ad esse sacrifichiamo vite giovani travolte da quelle passioni che vogliamo ignorare, sacrifichiamo parti di noi che talora sprofondano della palude della violenza. E sono sempre i più giovani che sono esposti a questi rischi.
Molti sono i modi di evadere da questo labirinto: il primo è librare in alto il pensiero, utilizzare quella stessa intelligenza servita a costruire la prigione razionale in cui siamo, per costruire una visione del mondo onnicomprensiva; ma su questa strada si rischia di bruciarsi proprio al sole che illumina la ragione, oppure si può usare un filo – intessuto d’ingegno e d’amore – da svolgere e riavvolgere con pazienza passo dopo passo.

I maestri di strada dicono da tempo che c’è una corrispondenza tra ciò che giace nel fondo delle coscienze – le emozioni irriducibili-, nel fondo delle nostre città – le periferie-, nel fondo del mondo globalizzato -i paesi sfruttati e aggrediti-. In queste zone vige ancor la legge bestiale della violenza, il sacrificio umano senza fine. Per molto tempo queste tre aree della geografia umana sono restate separate, l’Umanità si è cullata nell’illusione che grandi filosofie o utopie potessero proteggerci dalla bestialità facendo volare in alto il pensiero, ma come nella storia di Dedalo, ci dimentichiamo dei giovani che vedono quanto illusorio sia questo volo. Oggi sta succedendo che queste periferie dell’animo, delle città, del mondo si stanno incontrando: milioni di persone spinte dalla violenza portata in casa loro dagli architetti della nostra civiltà, si stanno riversando nelle periferie delle nostre opulente società, mentre dal fondo delle coscienze emergono i fantasmi della violenza, dell’odio e della paura.

Dunque in questo labirinto abitiamo da tempo, e nei suoi più profondi recessi ci sono diversi mostri in agguato e lontano dai nostri occhi erano in corso da tempo sacrifici umani. Ciò che è cambiato profondamente è l’illusione di poter superare tutto questo volando alto. Abbiamo necessità di riavvolgere con pazienza i nostri fili di Arianna.
I nostri governi, i nostri politici non lo hanno capito e non lo capiranno perché pensano a soluzioni ‘globali’ che li portano ad accordarsi con i macellai libici e turchi, che li portano a sequestrare le navi che soccorrono i naufraghi. Noi della strada siamo per le soluzioni minute: migliaia di persone stanno sviluppando pratiche di convivenza senza basarsi su proclami, su grandi valori ma semplicemente sulla tendenza umana alla solidarietà e all’aiuto reciproco. So che molti dei giovani presenti hanno sperimentato questa forma di conoscenza, uno a uno, semplicemente aiutando la comprensione della lingua, ma anche costruendo amicizie solidali che sono la base concreta per tenere a bada i mostri che circolano, nell’ombra, per le vie della città.

 

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