La paranza dei bambini

Vince l’Orso d’argento – premio per la miglior sceneggiatura al Festival del cinema di Berlino

Festival di Berlino: "la paranza dei bambini" vince l' Orso d' argento – uno dei premi più importanti del Festival e dedicato alla sceneggiatura – di Maurizio Braucci, Roberto Saviano e Claudio Giovannesi.

Durante la premiazione Roberto Saviano dedica il premio "alle ong che salvano le vite in mare, ai maestri di strada che salvano le vite degli ultimi nei quartieri popolari. Sono una forma di resistenza dove ormai la bugia è un programma sistematico del governo. Ho voluto dedicare il premio alle parti più umane del nostro paese. La nostra costituzione si fonda sull'umanità e sulla solidarietà che oggi sono invece percepite come furbate e buonismo. Come se un gesto di solidarietà nascondesse necessariamente un imbroglio e invece cinismo e violenza sono percepiti come sentimenti autentici e coraggiosi".

Scrive Cesare Moreno dopo l' uscita del film nelle sale: 

"E' da dieci giorni che penso a questo film e aspettavo la reazione dei miei colleghi per pronunciarmi. Ripeto che questo film, nel mio sentire sfugge alla dicotomia "mi è piaciuto, non mi è piaciuto" e la reazione dei mei compagni me lo ha confermato: erano ammutoliti, qualcuno ha pianto. Per noi quelle scene, quegli omicidi commessi e subiti hanno dei nomi e cognomi, quelle iniziazioni stanno sotto i nostri occhi, quegli arresti di massa ci ricordano un esame di licenza media falcidiato da 80 arresti di genitori e parenti, ci ricordano Edy (nome di fantasia) sorellina di un morto ammazzato per difendere la reputazione di un criminale, che vaga nelle nostre classi ancora stordita da questo dramma, ci ricordano giovani morti innocenti e quelli morti colpevoli che costellano la storia del nostro lavoro, a cominciare da quel Ciro Gargiulo ammazzato a 14 anni che segnò nel 1998 l'avvio del progetto Chance.
Noi sappiamo quanto sia difficile stare vicino ai giovani che subiscono l'offesa della morte giovane dell'amico, del vicino, del fratello. Sappiamo quanto sia importante un "silenzio attivo", un silenzio che fa sentire il dolore condiviso. Sappiamo che l'assurdo non si può dire. Questo film l'assurdo ce lo sbatte in faccia e ci fa entrare nei percorsi che passo dietro passo possono portare una giovane coscienza a inebriarsi dell'assurdo, dell'inumano. A me, a te, a quelli che vivono dentro i drammi profondi della città non può "piacere" questo film, può solo rinnovare un dolore e mi auguro per me, per te, e per tutti i maestri di strada che sappia anche rinnovare una capacità di riflessione che ci ha consentito fino ad oggi di andare oltre il dolore, perché ancora una volta accada quello che le parole del poeta Handrew Marwell descrivono in modo sublime:
.... lasciate che i vostri torrenti trabocchino dalle vostre fonti,
che l’occhio e la lacrima siano la medesima cosa
e ciascuno porti la differenza dell’altro:
questi occhi che piangono, queste lacrime che vedono.”

 

Scrive Santa Parrello, docente universitaria nonchè conduttrice da dieci anni dei "gruppi multivisione" dei Maestri di Strada, durante i quali, una settimana dietro l'altra, cerchiamo, tutti insieme, di sciogliere quei nodi intricati tra la nostra coscienza, quella dei giovani che incontriamo, tra il nostro compito educativo, e il compito dei docenti e dei genitori. E' un lavoro difficile perché navighiamo tra chiusure, incomprensioni, destini apparentemente segnati: la nostra conoscenza dei processi psichici adolescenziali si rinnova ed arricchisce continuamente. Basterebbe capire questo per capire che sottrarre i giovani alla logica del "non ho scelta" è relativamente facile. Ciò che è difficile è sottrarre gli adulti al loro narcisismo, ai loro egoismi, al loro disinteresse. Noi ci proviamo e forse questo film ci può aiutare.

"Stasera ho visto 'La paranza dei bambini', proprio mentre a Berlino Saviano dedicava il premio anche a noi maestri di strada.

Il film sceglie un aspetto, uno solo, di una realtà molto complessa e lo racconta con acume e poesia: così il dolore ti arriva tutto ma non ti impedisce di pensare. L'aspetto scelto è psicologico: in scena un'adolescenza senza padri, anzi senza adulti, perchè anche gli adulti sono bloccati su un funzionamento infantile o adolescenziale e perchè non c'è traccia di una cultura altra rispetto a quella pseudoinfantile del capitalismo più becero. I ragazzi giocano con le armi e le droghe dei grandi - si tratti di cocaina o di sesso - e i grandi giocano con maxischermi e oggetti dorati di ogni tipo; si passa dal mitra alla merendina al contrabbassoportabottigliediliquore senza soluzione di continuità, in un gorgo di bisogni di possesso, controllo, potere. Persino la serata in uno dei più bei teatri cittadini diventa un viaggio fra velluti e stucchi che colpiscono i sensi dei due giovani innamorati, troppo distanti dall'opera che si rappresenta in scena (e qui, più che mai, ho pensato alla scuola che non ce la fa...). Non si vedono in scena paure e sensi di colpa, ma solo vergogna e rabbia, spavalderia, sete di rivalsa e di vendetta. Forse tristezza. E senso di vuoto, dolore, ma un dolore che non può essere sentito e diventa subito azione violenta. Il mondo è scisso in amici e nemici: coi primi si è protettivi, leali, affettuosi - il fratellino, la madre, la fidanzata, i compagni - coi secondi spietati come fossero solo intralci inerti. Neanche l'ombra di un processo di integrazione. Più volte durante il film ho pensato a una particolare 'banalità del male': reperire facilmente un mitra, imparare a usarlo addirittura attraverso un tutorial, avere a disposizione dei nemici prefabbricati da altri, consente un salto magico dal senso di impotenza e inferiorità ad un senso di onnipotenza che funziona più di qualsiasi droga. Ed ecco boss con un Sè di argilla che tuttavia seminano il male come fossero di acciaio.
Il finale mi ha lasciato sola col mio senso di responsabilità. Subito, quando le luci si sono riaccese, ho cercato lo sguardo dei miei giovani maestri di strada in sala, perchè è insieme a loro che cerco di coltivare la speranza e costruire un po' di 'banalità del bene".

Dopo pochi giorni dall'uscita nelle sale e dopo le prime prese di posizioni, il film “La paranza dei bambini” ha cominciato a far discutere.
Le cose che ha detto Santa Parrello sulla condizione adolescenziale sono fondamentali. Qualcuno si chiede perché in questo film c’è il totale deserto di presenze adulte significative e questo ha a che fare con il senso vero del film. Noi maestri di strada già da molti anni diciamo che la vita degli adolescenti urbani si svolge in un ‘deserto dei significati’ e connotiamo il nostro stesso lavoro come costruzione di “cattedrali di senso nel deserto dei significati”. Dunque il film secondo il nostro punto di vista rappresenta perfettamente la realtà urbana metropolitana così come viene vista da un adolescente che non trova punti di riferimento. Sotto questo aspetto lo scenario vuoto deve essere letto come quello che si crea con l’incipit delle fiabe: c’era una volta in un paese lontano …. che stabilisce una distanza tra il mondo reale ed il mondo fantastico. Questo vuoto dà a tutto il film l’andamento di una fiaba metropolitana che non riguarda i ragazzi della paranza, ma le fantasie di ogni adolescente in una realtà che lui vede come priva di significato, riguarda quindi quei ragazzi che agiscono un ritiro sociale più o meno grave per paura del mondo e quei ragazzi che spavaldamente affrontano questo deserto da day after – il giorno dopo della distruzione nucleare – per ricreare le regole sociali nell’unico modo che conoscono, quello della legge della violenza. Sotto questo aspetto il film è un remake metropolitano de “Il Signore delle mosche”; del resto, secondo il mio parere, il film viene citato esplicitamente, con il focarazzo iniziale e le facce dipinte con il sangue di maiale. Se vediamo il film in questo modo la Paranza rappresenta l’incubo dei ragazzi pacifici di fronte all’aggressività diffusa e l’incubo dell’uomo medio che vorrebbe godere in pace quel poco di benessere che si è assicurato in una società ingiusta ed ineguale.

I dettagli che fanno del film molto di più una fiaba che non un’opera da neorealismo, di denuncia sociale, da cineforum, sono innumerevoli: dalla sovrabbondanza di mitra ed armi da guerra su armi meno ingombranti e vistose, alla cedevolezza dei vecchi criminali fino alla scena sublime del camorrista agli arresti domiciliari che finalmente può ammazzare il tempo ammazzando nemici virtuali nel videogioco: credo che sia la scena più dissacrante mai vista relativamente ai capi del crimine organizzato.

Se è una fiaba, è piuttosto difficile che stimoli l’emulazione.

Noi abbiamo perso l’idea di quello che trasmette il teatro o uno spettacolo quando raggiunge il suo scopo. L’idea della catarsi che è nota ai più ha il suo acme nell’agnizione, ossia nel riconoscimento, quando il personaggio rivelandosi agli altri attori rivela anche allo spettatore di cosa veramente tratta il dramma. Alla prima della Paranza, c’è stato un silenzio doloroso che uno sparuto applauso ha tentato invano di rompere; quel silenzio era un indizio importante di quanto gli spettatori si siano riconosciuti, di quanto abbiano riconosciuto in quella vicenda qualcosa che giaceva innominato nella propria coscienza. Ed è proprio questo riconoscere le proprie paure o le proprie fantasie di onnipotenza che conferisce all’opera il carattere catartico. Il bisogno di scaricare l’intollerabile tensione che comporta vivere in una realtà violenta è alla base di quel singolare gioco che è mettere in scena una rappresentazione teatrale.

Trenta anni fa i ragazzini di Barra che stavano vivendo un periodo di esecuzioni capitali, trovarono un manichino, lo rivestirono, gli macchiarono i vestiti di pomodoro, lo distesero in strada, poi chiamarono la polizia. Si beccarono una solenne ‘mazziata’ perché nessuno aveva capito che quello era un teatro necessario che serviva a mettere in scena la loro paura di finire così.

Quindici anni fa nei corridoi del progetto Chance, in occasione dell’uccisione del padre di un allievo, si realizzò la scena chiave della paranza (forse potremmo citare il regista per plagio?): i ragazzi corsero ad armarsi ed organizzarono anche l’esecuzione di un infame. Le pistole erano le maniglie delle porte strappate ed usate puntando in avanti il ferro che muove la serratura, la moto con i due killer era una sedia su cui si sedevano a cavallo. Li abbiamo lasciati fare e poi ci siamo inseriti per accogliere il loro dolore ma soprattutto la loro paura basata sul fatto che si sentivano totalmente indifesi. Quella scena recitata era il punto di partenza per scrivere un copione diverso.

Nel film c’è una unica ‘istanza morale’: non si devono né portare né usare le armi in presenza dei più piccoli, ma “l’eroe” viola più volte questo precetto e viene duramente punito con la morte dell’amato fratellino che vuole emularlo. Dunque nel film c’è ben poco da emulare e non credo che possa essere preso come ‘riferimento’ – come è accaduto per Il padrino o forse per alcuni personaggi di Gomorra – da parte dei giovani sbandati delle nostre periferie, piuttosto credo che possa essere il punto di inizio per una riflessione che più volte in questa nostra città sembrava potersi avviare intorno alla morte dei giovani ma che è stata interrotta perché sono prevalse logiche di schieramento. La morte del fratellino è la morte dell’innocente, su cui si addensa l’atmosfera satura di violenza imponendone il sacrificio che dovrebbe purificare l’atmosfera mortifera in cui sono immersi i personaggi della storia.

L’ultima scena, quando tutti – molti più degli otto originari – inforcano le moto e si incamminano non si sa per dove, viene da molti interpretata come un ricominciare: può essere l’inizio di un nuovo film eguale al primo. Io penso invece che rappresenti il vuoto, l’orrore difronte all’enormità del sacrificio dell’innocente; vediamo questa scena dei ragazzi che guardano nel vuoto davanti a sé un guardare gli occhi dello spettatore per costringere anche lui a guardare il vuoto davanti a sé.

Tutto questo per molti spettatori è stato intollerabile. Questo può essere un buon punto di partenza per ripensare in quale modo l’intero mondo adulto si rapporta alla città e ai suoi giovani.

Un’ ultima notazione: gli adolescenti non sono bambini. Di primo acchito pare un termine tecnicamente scorretto, invece tutto il film dimostra che è proprio così: ogni cosa, le armi, la coca, le sparatorie, le donne, gli scontri con gli avversari hanno un incipit molto infantile più vicino ai cinque anni che ai dieci. Gli stessi criminali adulti, a cominciare dal grande capo, passando per il fastoso matrimonio e finendo al videogioco, hanno una inclinazione al gioco infantile. Anche questo dettaglio abbiamo osservato da molto tempo: i nostri adolescenti più a disagio e più in pericolo, nel momento in cui li agganciamo, ripercorrono tappe infantili lontane, ad esempio colorare gli album dei bambini di quattro anni. Questi bisogni infantili dimenticati sono alla base di un possibile lavoro di recupero anche in età adolescenziale. Quello che è difficile per noi e che è difficile a maggior ragione per insegnanti che non hanno una preparazione in merito e non sono sostenuti nelle loro capacità riflessive, è vedere dietro l’aggressività, la spavalderia, il coltello il bambino indifeso che ha paura di crescere.  

Le reazioni nei giorni a seguire continiamo a farsi sentire, in particolar modo verso Roberto Saviano ed il suo modo freddo e crudo di rappresentare una realtà napoletana che a qualcuno da fastidio perchè troppo cruenta ed "esagerata", a qualcun'altro perchè troppo scontata e riduttiva.

Cesare Moreno scrive a tal proposito:

"Ancora una volta sento molte reazioni stizzite, ancora una volta unite contro Saviano le persone più diverse. E non riesco a capire perché, anzi stavolta qualche cosa capisco.
Ci sono quelli che: io solo so veramente cosa succede a Napoli, solo io conosco il dolore vero, lui non ne può parlare, non sta qua, non è come noi. Più o meno è quello che pensano – che non pensano ma agiscono – gli adolescenti arrabbiati difronte agli insegnanti che ogni mattina cercano di farli ragionare. E che dobbiamo fare? hanno ragione a essere arrabbiati; quando insistono oltre la soglia dei quaranta anni ci chiediamo quand’è che capiranno che la rabbia non basta.
Ci sono quelli che: l’avevo già detto e nessuno se ne è accorto, anche io sono un narratore, un regista, ma non vendo perché sono puro e non mi metto con i monopoli editoriali. Anche loro hanno ragione ad essere arrabbiati, ma ci chiediamo quando è che si interrogheranno sul perché i loro capolavori non funzionano.
Ci sono quelli che: l’analisi è molto più complessa, io si che la so fare e soprattutto il quadro non è poi così nero. Anche loro hanno ragione ma mi chiedo se sono così convinti che un pistolotto ottimistico pieno di speranze sia sufficiente ad aiutare chi è immerso nel dolore a venirne fuori. Io credo che condividere senza commento, che restare muti di fronte al troppo dolore è la prima forma di condivisione, dopodiché la speranza si costruisce insieme: la speranza non si racconta, si costruisce.
Ci sono quelli che: come mai non sono stato interpellato, sono io la massima autorità in fatto di dolore, la massima autorità in fatto di trame criminali e pedigree delinquenziali. Hanno proprio ragione, qui non posso aiutarli, perché è una vera ingiustizia che non ci sia un apposito albo professionale in proposito che li tuteli da concorrenza sleale.
Ci sono quelli che: stavamo così quieti, ci sono i servizi sociali, ci sono quelli del terzo settore, ci sono i ‘buoni’ che mettono le toppe a tutte le storture, quattro corpi di polizia e la magistratura che vegliano sui nostri sonni, mo’ questo cosa va a rimestare. Vuole farsi pubblicità, vuole guadagnare ancora di più e per il suo tornaconto viene a sfottere a noi. Hanno proprio ragione e io non so come mai nonostante tante forze armate e tanta magistratura loro non riescano a dormire bene, come mai dubbi dolorosi si insinuano nelle loro menti ben strutturate. Sarà cattiva digestione o qualche trauma infantile che cova nell’ombra. Solidarietà per loro.
Ci sono quelli che: ma se questo accade, se, mentre noi come formichine giorno dopo giorno cerchiamo di aprire uno spiraglio in realtà cupe, basta il luccichio di un lustrino, lo scarrellare di un percussore ad annullare tutto, il nostro lavoro è inutile e chi ce lo viene a raccontare, chi lo grida ai quattro venti ci fa male e non aiuta il nostro lavoro. Anche loro hanno ragione e per questo noi Maestri di Strada ogni giorno dobbiamo sostenerci tra noi per ribadire che ci siano e ci saremo, che dureremo un minuto in più del nostro possibile degrado.
Dunque caro Roberto, anche se so che non hai bisogno del nostro sostegno, sappi che non hanno nulla di personale contro di te, in realtà ce l’hanno con se stessi, ma non sanno dove scaricare e tu ti sei assunto questo ruolo. Dovrebbero ringraziarti per avergli fornito un bersaglio alla propria rabbia, ma gli uomini, lo sai, sono ingrati, perciò un po’ tutti speriamo che in cielo ci sia qualcuno che ci ama."

Torna al diario

Sostieni Maestri di Strada

Compila i campi richiesti e fai la tua donazione. Poco o tanto non importa, il tuo supporto renderà possibile il sereno svolgimento delle nostre attività formative per ragazzi a rischio dispersione.

Riservato alle donazioni aziendali

Modalità di pagamento

Dona tramite PayPal senza commissioni. Al termine della procedura sarai indirizzato alla pagina di pagamento PayPal.

Puoi effettuare il bonifico entro 3 giorni dall’intenzione di donazione espressa in questa pagina.
I dati per effettuare il bonifico sono: Intestatario: Ass. Maestri di Strada Banca: Banca Prossima
IBAN: IT64 V033 5901 6001 0000 0075 313
BIC: BCITITMX (Donazioni dall'Estero)

Il tuo messaggio