La nave dei Coronauti con l’equipaggio dei Maestri di strada

 

 

Ieri, in occasione della Presentazione interventi di contrasto alle povertà educative e contro la dispersione scolastica organizzata dal MIUR, ho incontrato il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina e numerosi esponenti del terzo settore e delle scuole per parlare delle nostre esperienze nella lotta alle povertà educative. Queste le cose dette e un po’ arricchite.


I punti di forza della nostra navigazione nel mare della pandemia sono stati:


Realismo dell’analisi e responsabilità diffusa
Realismo nell’analisi del processo pandemico. Abbiamo capito, basandoci sulla conoscenza di esperienze storiche - la spagnola del 1919, e la conoscenza delle metodologie adottate in altre pandemie, Ebola in Africa – che la pandemia non si sconfigge rapidamente, ma richiede di conviverci e richiede una responsabilità diffusa piuttosto che la delega ai soli tecnici e ai soli politici. Quindi abbiamo rinunciato a qualsiasi attesa messianica e ci siamo dati da fare per operare nelle nuove condizioni.


Responsabilità personale e patto di salute
La lezione generale che ne abbiamo tratto e che è ancora lontano da essere una convinzione generale delle autorità e del paese è che la salute è responsabilità personale di ciascuno, e che le istituzioni e in generale i luoghi di convivenza e incontro hanno la responsabilità di trasformare la responsabilità individuale in cooperazione organizzata per la salute, alleanza di salute con gli interlocutori sociali, non più utenti o destinatari ma soggetti attivi. Promuovere il patto di salute nelle scuole e nel territorio è un compito necessario ed urgente.


Tecnologie Informatiche e telematiche
I mezzi telematici troppo spesso retoricamente demonizzati o santificati come salvifici, rappresentavano per i Maestri di Strada uno strumento pratico importante per mantenere i collegamenti, per incontrare e far incontrare allievi dispersi in un territorio che non favorisce l’incontro, che non è dotato dimezzi di trasporto adeguati. Questo uso pratico della telematica si è rivelato decisivo per mantenere viva la relazione con gli allievi già conosciuti e per allacciare nuovi rapporti. Ai primi di marzo era già operativo il collegamento via telematica con circa 150 giovani e famiglie altrimenti dispersi.


Didattica cooperativa e laboratoriale
La didattica cooperativa e laboratoriale è la metodologia portante del lavoro dei maestri di strada così come le diverse forme di arteducazione. Trasferire al web queste modalità operative è stato relativamente facile ed ha impedito che il mezzo telematico avesse un ruolo passivizzante, anzi è stata l’occasione per promuovere l’autonomia e l’iniziativa dei ragazzi. Molte decine di prodotti video dei ragazzi, presenti in rete, testimoniano che una didattica attiva è possibile anche nel web. I recenti dati INDIRE sulla didattica a distanza ci confermano questa convinzione.


Il portfolio e PATTI
Nella didattica attiva e cooperativa, per integrare gli apprendimenti tra ciò che si apprende informalmente nel territorio, ciò che si apprende attraverso esperienze complesse che vanno oltre le discipline è centrale il portfolio come punto di accumulazione verso cui convergono le attività d’aula e apprendimenti nel territorio, il lavoro di istruzione ed il lavoro di cura ed educazione. Il portfolio è già stato proposto in passato dal MIUR ma è stato percepito come obbligo burocratico piuttosto che come strumento importante per la presa di coscienza di allievi, famiglie, docenti ed educatori. Intorno ai portfolio - che nel nostro caso sono stati coltivati in internet - c’è stata la possibilità di rendere visibili alla scuola anche ragazzi altrimenti invisibili, è stato possibile che il lavoro degli educatori nel territorio insieme agli allievi entrasse a far parte di un circuito di apprendimento ecologico, complesso e globale. Il nostro acronimo PATTI, Percorsi di Apprendimento tra Territorio e Istruzione, rende bene l’essenza di questo processo e l’importanza dei patti educativi che attraverso questa modalità si possono stringere tra lavoro d’aula e lavoro fuori delle mura.


Insignificanza/significanza giovanile
Uno dei punti decisivi per lo sviluppo delle giovani persone è la loro significanza/insignificanza nella scena sociale. Stare chiusi dentro – traduzione sempre necessaria di lockdown per ricordare quanto innaturale sia questa condizione – in un certo senso abolisce la stessa scena sociale. Per promuovere la significanza dei giovani e delle famiglie altrimenti emarginate era importante per noi non limitarci a parare dell’emarginazione, dei rischi connessi all’isolamento, ma era necessario parlare con le persone, cercarle. Abbiamo usato l’espediente dei “pacchi viveri per la mente”, utilizzando anche i pronti finanziamenti del MIUR, perché questo ha significato far sentire nei caseggiati più periferici che l’istituzione non si dimenticava di loro, che li cercava. Gli interventi di strada sono stati molto più attivi che in precedenza, li abbiamo chiamati “incontri distanziati del terzo tipo” a sottolineare che il telefono e il web non sono sufficienti: è necessario il contatto visivo. Da questi incontri è nata la metafora della pedagogia delle panchine e dei cortili che avrà un importante sviluppo in futuro.


Sostenere i riti
C’è scritto ne Il piccolo principe che “il rito fa un’ora diversa dall’altra”, e possiamo aggiungere che fa anche un luogo diverso dall’altro. Ciò che si è irrimediabilmente perso nella didattica a distanza è la presenza dei riti che servono a separare l’organizzazione del quotidiano, la distinzione tra stare a letto e stare a scuola, tra concentrarsi sull’apprendimento o intrattenersi, la distinzione tra giorni di scuola e giorni di vacanza. Tra anno scolastico e vacanze. Era importante per noi riflettere su quanto, già prima della pandemia, ci si stava curando poco dei riti e dei passaggi scanditi dai riti. La letteratura scientifica ha individuato da tempo che uno dei fattori dell’emarginazione è costituito da famiglie dove si è persa ogni ritualità, ogni distinzione dell’organizzazione spaziale della casa e della vita. I bambini che vivono in queste famiglie vivono uno spazio in cui “ogni spigolo è uguale all’altro” ogni ora è uguale all’altra, è come se vivessero contemporaneamente in un labirinto e in un deserto. Questa condizione in qualche modo si è generalizzata e si è estesa anche agli adulti e specialmente ai docenti che soffrono per questo come e di più dei propri allievi. Abbiamo promosso una riflessione tra docenti su questi punti e abbiamo organizzato piccoli riti che potessero surrogare la loro assenza dai luoghi fisici. Su questo occorre lavorare ancora molto.


Professioni riflessive e cooperative
Abbiamo individuato da tempo che la principale trasformazione necessaria nell’organizzazione scolastica è lo statuto della professione docente: secondo il nostro punto di vista, che attinge ad un’ampia letteratura scientifica, la professione docente è una professione riflessiva e cooperativa. Significa che essa è inestricabilmente legata a un lavoro di ricerca che è insieme sul contenuto e i dispositivi pratici dell’attività, sui costrutti teorici su cui questi poggiano, sugli eventi psichici interiori che sono attivati dall’esercizio della professione. L’attività riflessiva quindi deve essere sostenuta da un gruppo cooperativo, deve attingere continuamente ai dati di esperienza per elaborarli e scegliere una condotta. Per tutti questi motivi da ormai cinque anni abbiamo istituito nelle scuole con cui collaboriamo i gruppi SAPERE acronimo che sta per Spazi Aperti di Progettazione e Ricerca/Riflessione Educativa in cui convergono uno psicologo della relazione e dei gruppi, i docenti, gli educatori e ogni altro operatore coinvolto nel lavoro educativo, e dove si porta anche la voce dei genitori che raggiungiamo attraverso progetti di tutoring promossi dal Comune di Napoli. Questi gruppi sono il luogo della co-progettazione e lo snodo tra le attività didattiche ordinarie e tutto quanto possa essere progettato nelle mura e fuori di esse per incontrare i desideri educativi delle giovani persone. Senza questo luogo - o qualsiasi altra modalità che favorisca la riflessione cooperativa di tutti gli attori dell’educazione - la collaborazione tra dentro e fuori scuola, tra istituzioni statali e privato sociale sarà inficiata da tutti i mali derivanti dalla mancata condivisione, e non sarà molto utile ad una reale trasformazione del processo educativo. I gruppi SAPERE sono stati decisivi per mantenere un contatto quotidiano via Web con quei docenti che già in precedenza si erano impegnati nella riflessione condivisa e anzi si sono moltiplicate le occasioni di incontro e di formazione, ad esempio con delle formazioni sui riti, sull’uso di piattaforme.


Fondazioni di partecipazione
Infine occorre promuovere una importante innovazione istituzionale. Molte attività educative non scolastiche in capo agli enti locali sono state esternalizzate e/o di fatto delegate al privato sociale che si muove in un ambiente istituzionale incerto, confuso, oggetto di iniziative estemporanee, sottoposto alla logica di bandi che sono alla ricerca ossessiva dell’innovazione, dove le logiche della rendicontazione amministrativa schiacciano la rendicontazione sociale ed educativa.
L’educazione e la scuola non possono aspettare passivamente la riforma del terzo settore o delegare alle fondazioni la linea per combattere la povertà educativa, né possono avocare alla scuola– come qualche ministro del passato ha fatto – una centralità escludente in cui il terzo settore diventa la stampella dell’invalido, o il suo sostituto emergenziale. E’ necessaria che l’alleanza sia codificata e disciplinata e che insieme conservi tutta la fluidità necessaria a mantenere feconda la matrice del lavoro educativo e sociale.
Nel caso della formazione tecnica superiore il ministero ha adottato la Fondazione di Partecipazione quale strumento per mantenere i collegamenti tra istituzione scuola, imprese, enti di formazione. Questo strumento va utilizzato nei luoghi dell’emarginazione per promuovere un collegamento permanente tra gli attori dell’educazione e della scena sociale e per sottrarre i progetti educativi alla logica dei bandi, dei finanziamenti spot, dell’improvvisazione progettuale.
Una fondazione di partecipazione per l’educazione e l’innovazione sociale istituisce laboratori permanenti territoriali per sperimentare e attivare pedagogie attive e cooperative finalizzate a prevenire la dispersione scolastica; promuove lo sviluppo professionale dei docenti attraverso stage formativi in un luogo in cui la sperimentazione sia possibile e reale. Su queste cose si concentrerà il lavoro dei Maestri di Strada nel prossimo futuro.
 

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