Qualcosa di nuovo al Ministero dell’Istruzione

Tre cose che prima sapevano e dicevano in pochi e che con l’esperienza del Covid19 hanno potuto vedere tutti:
La scuola non è luogo di trasmissione del sapere ma luogo dove si crea cultura ossia modi di convivenza, legami, solidarietà umana, piccole comunità tenute assieme dal desiderio di accogliere le nuove generazioni. E’ il luogo sociale più importante che abbiamo, da cui passano tutti e che è da tutti riconosciuto. E’ necessario che il nostro paese, guidato dal suo ministro dell’istruzione incida chiaro sul frontone di ogni scola: qui si vive in amicizia, qui si trova solidarietà, qui si impara la città,
La scuola non sta nell’edificio scolastico, è la società che fa scuola. La distinzione accademica tra scuola ed extra scuola è perniciosa ed insulsa: la società fa scuola, insegna alle nuove generazioni attraverso tutti i suoi pori: tra le mura dell’aula, nei laboratori attrezzati, nel tragitto tra casa e scuola, a casa, nei luoghi sociali del territorio, nel web… funziona in modo formale nelle istituzioni preposte, in modo non formale o informale in altri luoghi. Il valore sociale, il prestigio se si vuole, dei docenti discende dall’impegno della società, nel fare scuola alle nuove generazioni. Un ministro dell’Istruzione dovrebbe curare non solo quella parte della scuola di cui si occupa istituzionalmente, ma di come la società fa scuola. Ad esempio dire “chiudetevi dentro” ad intero popolo è una indicazione sanitaria giusta, ma è una indicazione educativa pessima e di questo scarto si sta occupando confusamente solo una piccola parte della società dopo un anno di inerzia. Non va bene, bisogna cambiare.
I docenti non sono impiegati dello Stato ma sono professionisti riflessivi. Nonostante le indicazioni disfattiste – che hanno promosso il disfacimento della relazione educativa- - venute dall’alto, decine di migliaia di docenti sono stati capaci di mantenere viva una relazione educativa oltre le barriere dell’etere, oltre i catenacci che hanno chiuso dentro milioni di giovani. Senza le capacità riflessive, lo spirito di impresa, le capacità cooperative di questi docenti, la scuola sarebbe completamente a pezzi. Questi docenti hanno avuto il potere reale di governare processi educativi, mentre chi gestiva il potere politico del paese non ha governato ed è stato agito da paure e ogni emozione regressiva messa in moto dalla pandemia. E’ l’ora di riconoscere ai docenti riflessivi il potere di governare la scuola, di mettere il sapere e la conoscenza al centro della governance della scuola piuttosto che lasciare la scuola a ciechi apparati amministrativi. Ci serve una scuola governata dalla missione educativa.
Se non si fanno queste tre cose: fondare la vita scolastica sulla solidarietà e la cooperazione, guidare l’intera società a fare scuola, mettere al centro l’attività riflessiva dei docenti, la scuola diventa, come è diventata, una immensa macchina dissipativa, dove vengono dissipate le energie giovanili, le energie di centinaia di migliaia di docenti, il senso di responsabilità di migliaia di dirigenti e funzionari che credono nella missione dell’educazione nonostante tutto.
Se si fanno queste tre cose, magicamente scompaiono le migliaia di problemi in cui si sono invischiati tutti i ministri dell’istruzione negli anni della repubblica: precari e no, statali e no, handicap, DSA, BES e quant’altro, sostegno e no, dispersione, bullismo, educazione civica, classi di concorso, cattedre, organico di diritto, di fatto, funzionale, funzioni strumentali, , recupero, voti in decimi o no …….. . C’è un elenco infinito di problemi ormai sclerotizzati , fazioni, feudi e signori della guerra che scatenano una guerriglia continua senza nessuna idea strategica. Ognuno di questi problemi è una cisti nel corpo sociale pronta ad attivarsi se non viene nutrita a sufficienza. Persino durante la pandemia continuano a muoversi non per valorizzare la differenza, per valorizzare l’apporto di punti di vista diversi alla soluzione dei problemi generali, ma per mantenere la segregazione delle nicchie in cui ciascuno si è da tempo rifugiato. Alla scuola serve aria, serve quel vento fresco che dopo le tempeste torna a far sentire l’odore buono della terra. Ma forse sono ormai pochi quelli che hanno avuto la fortuna di sentire quell’odore.
 

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