Gli emarginati devono contare sulla propria forza (e sulla solidarietà)

Ho letto l’articolo del Manifesto “Una famiglia su tre senza mezzi per seguire la Didattica a distanza” (Ricerca Unicef-Cattolica sul primo lockdown: «Assenza di connessione, dispositivi e tempo. In difficoltà i nuclei più numerosi»).

Intanto noto che ormai pur di dare nei numeri ci si accontenta di qualsiasi indagine. Non sappiamo come è stato scelto il campione, se è statisticamente significativo, non sappiamo le domande, tuttavia basta a titolare “Una famiglia su tre senza mezzi per seguire la Didattica a distanza”. Voglio dire: ma non possiamo semplicemente ragionare sui dati noti: ci sono grandi diseguaglianze in Italia. Qualsiasi cosa accada, da una pioggerellina ad un terremoto chi ci scapita sono i più deboli, i più diseguali. Quindi mi chiedo perché insistiamo tanto su questo dato, cosa ne caviamo. Piove, governo ladro, è un assioma: se non ho riparo dalla pioggia è immediato che me la prenda con il governo. Va bene così. Ma a me non basta e vorrei dire non deve bastare a nessuno che voglia fare l’educatore, a nessuno che voglia fare politica nel senso di costruire la città e la convivenza. La mia domanda è come posso ripararmi dalla pioggia in presenza di un governo ladro, come posso cambiare la mia condizione di diseguaglianza in presenza di potenti e poteri che alimentano la diseguaglianza. E la prima cosa che posso cambiare è come racconto a me stesso la mia condizione di emarginazione. Noi che frequentiamo da vicino giovani emarginati della periferia, triplamente emarginati perché vivono in quartieri marginali, perché la scuola non li accoglie, perché la famiglia non sa sostenerli, conosciamo un semplice verità: chi sa di essere emarginato deve contare sulla propria forza e deve contare sulla solidarietà di chi vive con lui la stesa condizione. Quando riconosciamo la debolezza e la fragilità come cosa che ci appartiene si attiva una tensione creativa al cambiamento. Quando penso che la debolezza e la fragilità sono esclusiva competenza di un nemico o di un oppressore allora si attiva l’attesa messianica, o la rabbia rivendicativa. Molti intellettuali, tanti del popolo di sinistra, pensano che il loro compito sia di cavalcare l’attesa messianica magari raccattando qualche voto alle elezioni, o di cavalcare la rabbia rivendicativa per crogiolarsi nell’illusione rivoluzionaria.

Gli educatori no.

Cesare Moreno

 

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