Carla Melazzini

10 anni fa....

Dicembre 2009 - 2019

Quest'anno ricorre il decennale della scomparsa di Carla Melazzini, fondatrice del progetto Chance, autrice de "Insegnare al principe di Danimarca", nonchè moglie del nostro presidente Cesare Moreno.

Sono tanti i messaggi e le manifestazioni di affetto che stanno arrivando sui social in questo periodo, in particolar modo rinnovando gli apprezzamenti per il suo bellissimo libro e il ricordo del suo impegno in un quartiere che non era il suo, almeno di nascita.

Carla Melazzini era nata nelle lontane valli del nord al confini della Svizzera e al suo prima apparire a Napoli la chiamavano “la svezzese”. Carla aveva partecipato al nord e al sud alle lotte operaie e studentesche conservando lo sguardo incantato di chi è cresciuto a contatto con la natura e lo sguardo sensibile di chi conosce le ingiustizie sociali, per questo ci fa piacere presentare qui quello che lei scriveva a contatto con la realtà di questo quartiere, amando le donne, gli uomini e i ragazzi che qui vivono.

Partiamo dalla lettere che Cesare Moreno scrisse sul suo blog per annunciare la perdita della sua amata moglie per poi analizzare alcuni dei suoi scritti poi raccolti ne "Insegnare al principe di Danimarca".

Carla, maestra di strada e nostra maestra se ne è andata.
Se ne è andata Carla. Il suo corpo sta qui vicino a me, freddo dopo una lunga malattia vissuta bene. Abbiamo fatto il nostro ultimo bagno di mare il 28 agosto, al mattino presto perché non poteva prendere il sole forte a causa della chemioterapia, quando la spiaggia è deserta, il cielo pallido, il mare piatto appena increspato da onde minute che si infrangono in silenzio. Bastava questo a farla stare bene, a farle dimenticare preoccupazioni e fatiche, la malattia. Era la stessa calma che da bambina aveva visto nelle acque del Pirlo, un laghetto alpino dell’aspra Valmalenco, dove il cielo si specchiava unendosi alla terra. Aveva voluto che vedessi il Pirlo e con lei avevo girato tutte la valli più interne della Valtellina e scalato alcune vette ghiacciate.
Mi aveva portato anche in Val Madre, stretta e selvaggia, dove riteneva avere le sue vere radici: poche case ormai in rovina arroccate sull’alta sponda del torrente Madrasco, un piccolo cimitero abbandonato in cui Melazzini, e altri assonanti cognomi, erano padroni. Da questa valle venivano i fieri antenati, quelli che litigavano col vento, quelli che battevano il ferro col maglio idraulico, quelli che non pronunciavano una parola di troppo e spesso neppure quelle essenziali. I ritratti di questi antenati, come quello del nonno ‘maestro casaro’ stanno nella nostra stanza in una nicchia nel muro costruita centinaia di anni prima non si sa per quale motivo, ma diventato il nostro altare agli dei Lari e Penati. Qui c’è anche il ritratto dello zio Bruno, l’alpino che ha eroicamente compiuto la ritirata di Russia senza abbandonare i suoi uomini e sorreggendoli in ogni modo, i ritratti dell’ironico zio Teresio che dalla lontana Argentina continuava a scrivere divertenti storie in dialetto valtellinese, le foto di Giovanna che vive in Giappone e del Giardino di pietra, di Luisa e del suo figlio peruviano Elvis, e quella di una classe di scuola in Perù consistente in un vecchio banco posto in un prato a quattromila metri d’altezza sullo sfondo dei settemila delle Ande. In altri luoghi della casa, sui vetri delle librerie, ci sono altri ritratti: Freud, Nietzsche, Leopardi, Konrad, Dante, Tolstoi. Altri ne avrebbe messi solo se li avesse avuto a portata di mano, ad esempio Dostoevskij, Melville ….
Queste e molte altre erano le sue radici, linee di nutrimento cha portano lontano nello spazio, nel tempo, ma soprattutto nella profondità dell’animo, in quelle zone dove la complessità e la complicazione del reale cedono di fronte alle emozioni più semplici, dove ritroviamo antiche paure, dolori sopiti. Carla ha custodito ostinatamente questi spazi da ogni invasione, dalla sua stessa invasione. I suoi scrittori preferiti, gli esploratori degli abissi le sono serviti a far visita a questi luoghi per interposta persona a parlarne a se stessa, a me suo compagno e ai suoi figli, senza mai nominare esplicitamente il proprio dolore.
E ha dovuto fare forza a se stessa per generare figli, per poter esprimere attraverso la carne una speranza ed una promessa che l’animo le impediva. Prendere possesso della sua capacità di generazione è stata una fatica durata anni, e prendere possesso pieno della sua femminilità è stato ancora più difficile, è durato fino a pochi anni orsono. Negli anni dell’università la sua ritrosia era passata in proverbio, ha scoraggiato corteggiatori eccellenti con poche secche parolacce che lasciavano di stucco il pretendente che si aspettava da una persona riservata e diafana nell’aspetto parole miti e gentili. Come ‘capo’ del movimento degli studenti era così determinata che gli avversari non trovarono di meglio che scrivere sui muri gigantesche scritte ironiche sul suo conto. La determinazione ad affermare la propria identità contro ogni tentativo di cucirle indosso un vestito l’ha portata ad essere una delle poche persone se non l’unica ad abbandonare la Scuola Normale di Pisa di sua volontà e per dichiarata incompatibilità con un modo di fare cultura lontano dal reale.
Tutti ammiravano la sua forza, la sua ostinata determinazione ad affermare le cose semplici e lei non lo sopportava, non sopportava che gli altri avessero tanta fiducia in lei, non voleva autorizzare nessuno a farlo eppure lo faceva sistematicamente perché ogni volta dopo quelle che io chiamavo ventate di ottimismo – in realtà fosche previsioni pessimistiche – con poche semplici parole riprendeva il cammino ed era tanto più seguita quanto più aveva dubitato dell’opportunità di avanzare. E poi protestava: ma chi li autorizza ad avere fiducia?
La morte di Carla è come la morte di una pianta millenaria, muta ed immobile testimone di avvenimenti che nella sua prospettiva sono effimeri ed insieme nutrita da quanto le accade intorno, dal passare delle stagioni, dal calore del sole, dalla forza della terra. Quando muore una simile pianta per molto tempo niente cresce nei solchi un tempo occupati da radici vitali, ma col tempo tutto si trasforma in nuova linfa vitale. Io spero per noi che questo accada e che quanti le hanno voluto bene possano continuare a nutrirsi della sua forza.
Cesare

Qui il ricordo un anno dopo, durante un suo soggiorno nella città natale della moglie.



MAESTRI DI STRADA
Suolo pubblico

Immaginate di essere una madre col bambino (diciamo la creatura, alla napoletana) nel carrozzino, diretta al macellaio che dista circa duecento metri da casa vostra.
Quella che segue è la descrizione veritiera degli osta- coli che incontrate lungo il breve percorso, che vi co- stringono ogni volta a scendere dal marciapiedi (la strada è una di quelle dotate di tale accessorio, anche abbastanza ampio) rischiando carrozzino e bambino, per risalire a ostacolo superato.
1) Officina del gommista, con esposizione esterna di cinturato Pirelli disposto su numerose pile affiancate
2) Officina dell’elettrauto. Si ricordi che tali officine in genere sono antri che difficilmente contengono un’automobile; dunque il lavoro si svolge fuori se c’è,
altrimenti sulla strada.
3) Distributore di benzina. La vedova che lo gestisce
è discreta e gentile, ciò non toglie che lo spazio tra le pompe e il muro è così esiguo da costringerti a scendere.
4) Calzolai. I due coniugi per la verità lavorano al- l’interno, trattando con i clienti attraverso la finestra; però davanti a tale finestra posteggiano il loro Ape (assai antico, trasformato in automobile e pittato di verde pisello). Occorre ammettere che questo ostacolo lo si aggira di buon animo, data l’originalità del veicolo
e dei suoi padroni.

5) Mellonaio. Le cose, diceva Freud, una volta venute al mondo tendono tenacemente a restarvi. È così che una bancarella di meloni estivi diventa una faraonica costruzione in legno distesa per le quattro stagioni del- l’anno lungo sei o sette metri di marciapiedi. Qui si scende malvolentieri, dato che il mellonaio tra le varie mansioni svolge quella di informatore della polizia, e ciò spiega come mai abbia potuto stanziarsi stabilmente addosso al muro della caserma. Oltre il baraccone, il marciapiedi è adibito a posteggio delle auto, per lo più Mercedes; che il medesimo mellonaio affitta per i ma- trimoni.
6) Caserma. Qui ci sarebbe un ampio spazio tutto libero; solo che vi stazionano i pulmini abusivi destinati al trasporto dei soldati in libera uscita o in licenza. Uno di questi veicoli – un ex scuola-bus giallo – è adibito a sala da gioco nella quale gli autisti trascorrono le ore di attesa giocando a tarocchi.
7) Verdummaio. Anche lui è un ex nomade: prima po- steggiava all’incrocio il suo Ape stracarico di frutta e verdura; poi l’acquisto di un basso gli ha dato diritto al- l’occupazione eterna della sua brava porzione di marcia- piedi. Anzi: la frutta sul marciapiedi, la verdura sulla strada; in mezzo rimane giusto lo spazio per i clienti.
8) Giornalaio. Perché mai non dovrebbe posteggiare anche lui sul marciapiedi una specie di attaccapanni per appenderci con le mollette da bucato le ultime no- vità? Questi sono gli ostacoli fissi, cui vanno aggiunti quelli estemporanei, quali automobili parcheggiate sul marciapiedi per traverso o per lungo secondo i gusti; o i TIR che scaricano mobili al mobiliere situato fra la pompa di benzina e l’Ape dei calzolai. (Ovviamente la descrizione riguarda un solo lato della strada; per il lato opposto occorrerebbe un’apposita descrizione, diversa nei dettagli e analoga nella sostanza). Al termine di questa piccola odissea quotidiana può capitare che la madre esasperata si sorprenda a invocare – contro ogni intima convinzione – l’intervento punitivo e liberatore di una Autorità superiore. Poi si ravvede, e attende con pazienza che la creatura impari a camminare e vada all’asilo, così non c’è bisogno di portarsela dietro a fare la spesa.



Approfondendo sempre più la nostra relazione con i ragazzi e il loro ambiente di vita, ci siamo resi conto di quanto possa essere claustrofobico lo spazio della strada, palcoscenico di copioni di vita rigidamente predeterminati ed escludenti. Da tutto ciò ha preso le mosse una didattica itinerante, in un pendolare movimento dentro- fuori, nella quale la funzione rassicurante e protettiva è svolta principalmente dalle persone adulte, docenti ed educatori, in quanto depositari della fiducia e quindi accompagnatori deputati dei ragazzi lungo strade che non sono quelle della propria nicchia antropologica ma sono tutte le strade delle città. Nessun percorso mentale di conoscenza fatto su libri e quaderni può essere innescato dentro le aule scolastiche – almeno per ragazzi come i nostri, ma non solo – se il cammino di piedi materiali su strade non conosciute non sblocca le emozioni da una paura paralizzante.

Intervista Emanuele Ercolano parla della morte dei suoi compagni.

NICOLA: ti possiamo fare una intervista in pizzeria?
EMANUELE: no m n'aggia j, aggia J a faticà
NICOLA: allora però presentati
EMANUELE: no quand mai
NICOLA: lo presenti io. Allora Emanuele è uno dei ragazzi che ha fatto teatro con noi, mo deve fare il film e oggi non è venuto perché deve lavorare. Sta pure per fare il corso di pizzaiolo oltre a fare il pizzaiolo. Mo devi rispondere alle domande a cui hanno riposto tutti loro. Allora, nome e cognome
EMANUELE: Emanuele Ercolano
NICOLA: quanti anni?
EMANUELE: 16
NICOLA: 16 anni. Di dove sei?
EMANUELE: Barra
NICOLA: del rione?
EMANUELE: Bisignano
NICOLA: e dove sta?
EMANUELE: (fa un gesto con la testa verso dietro)
NICOLA: allora ti abbiamo acchiappato proprio nel tuo rione. Ti facciamo delle domande lampo.
EMANUELE: A volo però
NICOLA: che cosa ti piace nella vita, che cosa ami?
EMANUELE: A pucchiacc
NICOLA: Uno, poi?
EMANUELE: O pizzaiuol
NICOLA: fare il pizzaiolo. E poi?
EMANUELE: Bast
voce fuoi: ma parl italiaaan
EMANUELE: nun sacc parlà italian
NICOLA: non è vero
EMANUELE: comm'è nun è over, wuagliù o sapit, lor o sann
NICOLA: vabbè scusa ma ti è piaciuto far la parte nel teatro?
EMANUELE: Comm
NICOLA: allora ti piace pure quello
EMANUELE: (fa segno con la testa di si)
NICOLA: quindi ti piacerebbe continuare a fare questa cosa del film
EMANUELE: comm
NICOLA: e allora perché non lo hai detto?
EMANUELE: E che aggia ricer
NICOLA: ti piace vivere in Italia?
EMANUELE: No
NICOLA: non ti piace vivere in Italia? E perché non ti piace?
EMANUELE: E pecchè nun m piac. C sta troppa munnezz in Italia
NICOLA: in tutta Italia?
EMANUELE: A tutt part non solo in Italia
NICOLA: te ne vorretsi andare quindi?
EMANUELE: (fa segno con la testa di si)
NICOLA: e dove andresti a vivere?
EMANUELE: Bho
NICOLA: oppure che cosa cambieresti dell'Italia per viverci e starci bene?
EMANUELE: a camorr
NICOLA: sicuro?
EMANUELE: (fa segno con la testa di si)
NICOLA: ma perché influisce dentro la tua vita la camorra?
EMANUELE: A schif
NICOLA: e perché?
EMANUELE: Alza le spalle
NICOLA: no, questa cosa sono d'accordo con te la capisco, però ci fai un esempio di che cosa rende brutta la tua vita il fatto che esiste la camorra
EMANUELE: mor troppa gent
NICOLA: sono morte anche persone che conoscevi
EMANUELE: (fa segno con la testa di si)

NICOLA: e quindi questa cosa nella tua vita che significa che ogni
EMANUELE: m fa mal pecchè moren e cumpagn mij, mor a gent ca cunosc, a gent ca nun cunosc pure
NICOLA: quindi essenzialmente è questo che ti mette, questo è il principale problema che non ti fa stare bene qui
EMANUELE: e
NICOLA: e ma vivere in un'altra parte della città pure ti piacerebbe oppure no?
EMANUELE: C n sacc
NICOLA: senti ma dopo non ce l'hai il tempo per venire a fare un esempio di scena del film che dobbiamo fare?
EMANUELE: Sto tutt spuorc arò vac
NICOLA: non fa niente
EMANUELE: a che ora?
NICOLA: E dimmi tu, entro le cinque?
EMANUELE: E tre e mez fin e cinq teng o tiemp
NICOLA: benissimo



Il giovane principe di Danimarca
Mimmo, a 15 anni, è sicuro che il suo dovere sarebbe di uccidere l’uomo per il quale sua madre ha abbandonato da un giorno all’altro i cinque figli. È una ferita immedicabile, che impedisce di vivere (essere o non essere), figuriamoci di andare a scuola. Il padre lo accompagnava tutti i giorni sotto la scuola, insieme alla sorella, e loro se ne andavano, lui spesso scappava dalla madre, che desidera disperatamente riavere con sé.
Io sono nato il 14 maggio 1983.
Quando ero piccolo era così bello perché non sapevo proprio niente.
Poi mi sono fatto grande, e ho capito che l’amore di qualcuno fa veramente soffrire.
A 11 anni mia madre ci lasciò tutti noi.
Io sono nato, e poi mi odiano; vorrei morire ma non subire.
Io ora sono geloso di una ragazza perché non la voglio perdere come ho perso mia madre.
mia sorella è contenta che non c’è la nostra mamma.
Nella stessa mattinata passa all’esterno dell’aula dove sta la sorella e mostra dalla finestra un coltello. Più tardi, nel cortile, aggredisce e picchia uno dei ra- gazzi che stanno nel gruppo della sorella, Nando, che i genitori immediatamente ritirano dalla scuola. La comparsa del coltello e la concomitante scomparsa di Nando fanno aleggiare la fantasia che sia stato compiuto un omicidio: immediata si instaura la contro-reazione di espulsione, o almeno di severa punizione, del col- pevole (a cominciare dalla sorella che urla «chiuritelo», chiudetelo in istituto; annoto nel diario del giorno di aver pensato per un attimo «sarebbe la soluzione più semplice»).
Farò l’esame per prendere la licenza media, e forse pian piano riuscirò anche ad andare d’accordo con mia sorella.
Il capannone dove si svolge la tumultuosa vita di Chance dovrà accogliere Mimmo, la sua sorella minore Pina, l’intera famiglia che in qualche modo ha percepito tutta quanta di avere trovato uno spazio (compresa la madre con amante e figlioletta al seguito, le cui esibi- zioni, per restare nel paragone letterario, non sfigure- rebbero in un dramma elisabettiano). Il capitolo che nelle scuole perbene si intitola «rapporti scuola-famiglia» culmina nella giornata in cui un maldestro intervento dei servizi sociali sottrae a Mimmo e Pina i due fratellini più piccoli trasferendoli d’autorità in un centro d’ac- coglienza: è il momento in cui Mimmo fugge da scuola dichiarando di voler uccidere la madre, poi torna per piangervi tutte le sue lacrime; Pina invece si assenta per parecchi giorni, e non mangia più, forse per punirsi di aver trascurato il suo ruolo di madre per essere, a Chance, una ragazza come le altre. E gli altri ragazzi e ragazze piangono e soffrono insieme a Pina e Mimmo, perché si riattivano in quella mattinata tanti vecchi traumi.
Questi e altri episodi hanno fatto somigliare molte volte Chance più a un teatro che ad una scuola: sarebbe stato opportuno stabilire confini più netti? Forse: ma se non si fosse offerta la scena per il dramma della sua famiglia, Mimmo avrebbe potuto sentire la scuola come uno spazio insieme di accoglienza e di protezione? Lo spazio insieme accogliente e protettivo della scuola gli ha permesso di sperimentare che la piena delle emozioni può essere trattenuta e dominata quando le si dia una rappresentazione simbolica anziché tradurla in azioni: è troppo poco, come programma di terza media?
Il tulipano finto
Questo è il racconto scritto da una bambina bocciata in seconda elementare (la trascrizione è fedele, salvo l’unico aspetto irrilevante, quello in grazia del quale evidentemente è stata bocciata: gli errori di scrittura).
«C’era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: “Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore”. Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano.
«Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre».
Ho chiesto a un compagno di classe: «Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?».
«Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale».
«Però l’ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?».
«È meglio morire».
Spunti di interpretazione forniti da una esperta: il fiore è bello ma fragile, può sbocciare o appassire. In esso la bambina può aver identificato la propria parte istintuale, che ripudia: il fiore non vuole essere fiore. Crescere, diventare «essere umano», si può fare solo con il ripudio senza appello delle pulsioni profonde. Il fiore ci prova, ma scopre che è troppo difficile. Il ri- sultato di questa esperienza dolorosa è un compromesso: il fiore non viene annientato, ma consegnato all’im- mortalità artificiale del tulipano finto. Il tulipano è un fiore chiuso su se stesso, la sua immagine suggerisce ciò che gli psicologi chiamano «falso Sé», una identità artificiosa costruita sulla rinuncia e sulla paura. Chi aiuterà questa bambina a diventare «essere umano»?

Usiamo la metafora!
Anni fa lessi in una classe le prime righe della Metamorfosi di Kafka; poi chiesi ai ragazzi chi dei membri della famiglia, secondo loro, avrebbe accettato di prendersi cura del povero Gregor Samsa trasformato in un immondo scarafaggio. I maschi all’unanimità risposero «la mamma». Perché? Ovvio: perché «pure ’o scar- rafone è bello a mamma soja». Solo una ragazza propose la sorella.
Il giorno dopo ero in biblioteca, si affaccia Gianni, il più piccolo e brutto della classe, chiedendo timida- mente: «Professorè, lo tenete qui il libro dello scar- rafone?».
Non c’è strumento linguistico che possa raggiungere più direttamente il cuore del ragazzo, le sue emozioni quanto la metafora, come scoprì Troisi postino di Neruda.
Troisi: “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve.”

La metafora
Neruda: “La metafora…come dirti…è quando parli di una cosa paragonandola a un’altra…per esempio quando dici <> che cosa vuol dire?”
Troisi: “Che…che sta piovendo?
Neruda: “Sì, bravo. Questa è una metafora.”
Troisi: “Allora è semplice…embè perché ci ha questo nome così complicato?”
Neruda: “Gli uomini non hanno niente a che vedere con la semplicità o la complessità delle cose.”
Usiamola senza risparmio: quasi tutte le operazioni didattiche possono essere presentate non come cose morte, come appaiono dalle pagine dei libri, basta una metafora per farle vivere, cioè acquistare un significato importante per i ragazzi, senza che se ne rendano conto. La scuola purtroppo sembra avere la capacità di togliere significato a qualunque cosa.La metafora può contrastare questa potenza paralizzante. L’incontro con il libro è un evento personale, intimo, di cui l’insegnante deve farsi mediatore. Basta una pagina, ma la lettura deve essere ad alta voce, ed espressiva, e chi legge deve trasmettere un evidente piacere. Per migliaia di anni la narrazione è stata orale e collettiva, la lettura muta di un testo scritto è recente, ed è una pratica individuale. Non so se nella sua potente metafora Kafka avesse incluso le emozioni di un adolescente che si sente orribile e schifato da tutti; certo è che questo significato veniva aggiunto e attivato nel momento in cui il mio povero alunno proiettava se stesso nel protagonista del racconto.
Troisi: “La poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve.”

Non so se Gianni sia poi diventato un lettore, ma l’incontro con quel libro resta un’esperienza della sua vita. Uno dei compiti più importanti di noi insegnanti è di offrirci come mediatori di questi incontri.
Fare il poeta
Troisi: “Pure a me piacerebbe fare il poeta.”
Neruda: “No, è più originale continuare a fare il postino. Almeno cammini molto e non ingrassi mai. Noi poeti siamo tutti obesi.”
Troisi: “Eh…però…con la poesia posso fare innamorare le donne…come, così…come si diventa poeti?”
Neruda: “Prova a camminare lentamente lungo la riva sino alla baia, guardando attorno a te…”
Troisi: “E mi vengono le metafore?”
Neruda: “Sicuramente.”


Addio
Se proprio vogliamo considerare una persona come una pianta, allora le sue radici stanno dentro di essa, e trasportano i succhi nutritivi di coloro che l’hanno generata e educata, cioè «tirata fuori»: se le radici sono sufficientemente buone, la pianta si deve alzare ed espandere nel mondo circostante. Questo è l’unico significato positivo che intravvedo nella metafora delle radici. Vedo invece tutto un rattrappirsi su presunte radici locali, etniche e quant’altro, che dà il senso del soffocamento.
Quando torno nelle valli alpine dove sono nata, mi pare che poco o niente sia rimasto della originaria cultura montanara. Il nipote dell’alpino che umilmente sfidava la montagna è il ragazzo che scommette di fare in un’ora 150 chilometri tutti curve e si sfracella con la sua ricca automobile. Possiamo tentare di trasmettere ai nostri figli qualcuna di quelle antiche virtù, ma se non vogliamo coltivare fantasmi, è di questa insensata sfida alla morte che dobbiamo occuparci, per quanto poco ci piaccia.
Nei decenni che ho trascorso a Napoli ho imparato cose istruttive, a proposito di radici. Ad esempio come l’esaltazione di una identità comune nasconda divisioni feroci, che fanno di Napoli la città più classista e razzista d’Italia. Un popolo basso che è riuscito a insediarsi sulle colline e a trasformarsi nella più tremenda piccola borghesia guarda con paura e disprezzo quelli che sono rimasti giù, dei quali ha in genere conservato e amplificato le peggiori caratteristiche. Il luogo dove si fronteggiano queste due collettività simili e antagoniste sono le scuole dei quartieri per male. A ciò concorre la napoletanità, esaltazione della comune radice. Chiunque si prendesse la briga di venire in questi quartieri a verificare la maledizione di certi cognomi, che ricorrono di generazione in generazione, sempre gli stessi, scritti in rosso sui tabelloni dei bocciati, scritti in nero sui manifesti funebri recanti la sigla «è mancato all’affetto dei suoi cari», riservata ai morti ammazzati, costui si leverebbe il vizio di elogiare il radicamento. Da che mondo è mondo chi ha la fortuna di sviluppare una identità sufficientemente forte e autonoma cerca di sfuggire ai lacci di ogni ghetto, sociale, culturale o etnico che sia. Solo così è possibile conservarne e tramandarne le qualità migliori.

 

 

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