Il sogno di Carmela Esposito

Carmela Esposito è un nome di fantasia e rappresenta una donna - o molte migliaia? - che vive da 30 anni ben oltre l’orlo di una crisi di nervi; un’esistenza difficile densa di eventi tragici, di errori e fatalità che l’hanno segnata profondamente. E’ una persona difficile, eppure una persona viva che combatte e che ha ancora il sogno di una vita buona. Per una serie di circostanze che saranno chiare dopo la lettura,  da ormai 14 anni ricevo confidenze sulla sua vita e sulle sue difficoltà e nei limiti del possibile ho cercato di sostenerla. Ora lei mi chiede di rendere pubblico il suo bisogno di aiuto, spera che qualche autorità le dia qualcosa. Io a questo non credo, ma credo che sia possibile fare appello alle risorse di solidarietà che ancora esistono.

Non c’è bisogno di aiuti materiali, questi in qualche modo ci sono già stati: la storia di Carmela è l’ennesima conferma che una società diversa non si costruisce sulle cose, ma sulle relazioni: c’è bisogno di amicizia, di fiducia, di solidarietà umana e queste non si trovano sul mercato e non sono mai a buon mercato, costano fatica.

La storia non è proprio così, ma io la ricordo in questo modo e ciò che importa non è la precisione storica quanto la densità dei sentimenti che in essa sono evocati.

Cari amici,

vi racconto una storia veramente difficile.

Difficile da dire perché l’ultima cosa che vorrei è suscitare pietà o sentimentalismi.

E’ una storia che viene dal profondo della mia città ma credo che in questo momento ci siano milioni di persone che vivono situazioni analoghe  ed io non riesco ad accettare di dover vivere in una società che genera simili tragedie.

Dunque la storia di Carmela comincia cinquanta anni fa a San Giovanni a Teduccio nascendo da una donna e da un uomo: dettaglio importante in un luogo in cui spesso la famiglia è ‘monoparentale’. Suo padre è un piccolo imprenditore edile, di quelli che somigliano molto ad un operaio per precarietà economica e fatica. I figli sono molti: vanno a scuola, più o meno fanno una vita normale. Il quartiere è ‘rosso’  quindi un po’ tutti respirano un clima sociale in cui la solidarietà, la lotta, l’organizzazione per i diritti  fanno parte della cultura diffusa, ma al tempo stesso si respira aria di illegalità: contrabbando, furtarelli, truffe, ribellismo antistatale quanto basta a giustificare comportamenti in realtà antisociali.  Non c’è un confine preciso né una distanza fra trovare un espediente qualsiasi per sopravvivere, la lotta politica, l’invidia per chi vive una condizione appena meno deprivata. C’è una solidarietà degli indigenti che oltrepassa i limiti della legalità e del civismo. Per molti anni la ‘cultura di sinistra’ e non solo quella,  ha tollerato questa convivenza tra ‘illegalità di sopravvivenza’ e lotta per i diritti. In questo clima non è strano che Carmela si innamori di Antonio (oppure ritenga suo destino di doversi innamorare proprio di lui), un giovane che vive l’esistenza precaria di tanti altri, che si arrangia in mille modi compresa la partecipazione ad un gruppo criminale.  Nessuno mette in guardia Carmela e lei stessa è più affascinata dai modi inusitatamente gentili di questo giovane che non preoccupata della sua attività criminale.  Lui una volta sposati non le fa mancare niente, i figli vanno a scuola, anzi, per tenerli lontano da atmosfere poco adatte frequentano un ‘semiconvitto’ di monache, con un buon profitto.

Ma il crimine non paga e il marito di Carmela finisce in galera. Quelli della sua banda in qualche modo se la cavano o accettano che alcuni anni di galera facciano parte della loro carriera. Antonio non si rassegna, non vuole stare lontano dalla sua famiglia e trova un espediente estremo per uscire di galera: da qualche parte nel suo corpo c’è un proiettile ritenuto, lui trova il modo di stimolare questo corpo estraneo per poter essere ricoverato in infermeria. Spera di poter uscire per motivi di salute, invece l’infezione diventa setticemia e muore.

Così a 25 anni Carmela resta vedova con tre figli, l’ultimo ha tre anni.  Naturalmente potrebbe usufruire della pensione di camorra, ma lei capisce che resterebbe schiava del sistema e rifiuta. Tuttavia deve sopravvivere e si destreggia con abilità tra le provvidenze dei servizi sociali,  i favori del ‘partito’, e con una attività che qui ha una lunga tradizione che ben illustra la labilità dei confini tra illegalità e solidarietà: il “prestito a interesse”, a cui ricorrono soprattutto le donne per fronteggiare difficoltà domestiche improvvise.  Gli interessi sono usurai, ma si tratta di prestiti “vicinali”, molto piccoli e a breve, ed in genere non danno luogo a quelle spirali usuraie dai tragici esiti che conosciamo.  Comunque per Carmela è un espediente per sopravvivere. Anche qui ci sarebbe la possibilità di entrare nel giro grosso dell’usura ma Carmela resta una indipendente.

Nel frattempo i figli si ‘sviano’, a scuola le cose non vanno come prima: Gennaro che ha vissuto la morte del padre proprio nella fase della preadolescenza comincia una carriera da evasore scolastico, ma nel frattempo sia lui che i fratelli mantengono un livello di consumi significativo alimentato dal denaro – relativamente abbondante - che la madre in cento modi si procura.

Dal punto di vista personale la vita di Carmela è molto difficile, ha delle amiche o delle vicine: con loro ci sono buoni rapporti ma si tratta sempre di rapporti ambigui quando una persona  porta con sé  una reputazione in cui si mescolano assieme, crimine, prestiti a usura, favoritismi di partito. Non parliamo della possibilità di avere un nuovo compagno: ci sono i figli, ci sono i parenti, ci sono i ‘compagni’ del marito, troppi occhi puntati su di lei e sui suoi comportamenti, difficilmente qualcuno potrebbe allacciare una relazione con lei. Carmela poi è molto aspra, tutto quello che le è capitato e le capita la rende dura, aggressiva, sospettosa, attenta in modo ossessivo al bilancio economico di questo suo complesso menage.

Il primo figlio sembra prenda la strada del lavoro, ma in realtà fa esperienza di lavori molto particolari: per un periodo ha lavorato per le pompe funebri, un’altra volta per ditte di manutenzione che lavorano al nord in agosto. Va a Genova a fare pulizie  di grandi macchinari meccanici: scende in cunicoli maleodoranti mettendo a rischio la vita, lavora dodici ore di seguito, dorme alla stazione, mangia rubando al supermercato. Però accumula un ‘gruzzolo’ con cui vivere nei mesi successivi. Non mi meraviglia che nel tempo  una buona fetta del gruzzolo se ne vada in fumo, cioè spinelli o altre droghe che sono la specialità dello spaccio locale.  Il secondo figlio frequenta il progetto Chance ed è uno degli allievi cha hanno fatto la storia di questo progetto perché proprio con lui abbiamo combattuto una dura battaglia con noi stessi per capire come gestire il dovere dell’accoglienza ed insieme il dovere di fare un lavoro educativo e di promozione della convivenza civile, come gestire la difficile relazione tra accoglienza e norma.

Franco conclude la licenza media, fa un corso professionale con successo, e comincia a lavorare presso lo stesso artigiano che era stato suo ‘maestro’.  Ma qui scopriamo quanta reciproca incompatibilità ci sia tra il lavoro organizzato ed una vita che si svolge attraverso mille espedienti e tensioni irrisolte.  È difficile che arrivi  in orario al lavoro, è difficile che si rassegni a dover usare i mezzi pubblici, spesso lo accompagna la madre in macchina. Spendono in benzina  più del guadagno ma Carmela insiste. Purtroppo il nostro amico artigiano, pur dandogli una paga nettamente superiore alla media, non è in grado di offrirgli un lavoro regolare, né lui d’altra parte  riesce ad accettare un minimo di disciplina del lavoro. Così si va avanti tra continue tensioni. L’atto finale si consuma quando la madre disperata ci chiede di portarlo via da Napoli: ha capito che la seduzione criminale sta avendo successo. Così viene organizzata una spedizione presso amici dei Maestri di Strada in Romagna guidata da Gianni, uno dei nostri educatori più autorevoli, ma non c’è niente da fare, Franco e i suoi amici fanno di tutto per rovinare l’esperienza.

La svolta definitiva avviene quando viene messo agli arresti disciplinari un piccolo boss della zona: è un vicino di casa di Carmela, sono parenti, ma soprattutto fa parte della banda di cui faceva parte il padre.  Franco ostenta un sovrano disprezzo per lui e mi dice che lo ritiene almeno in parte responsabile della morte del padre. Ciò nonostante i due si avvicinano: prima lo chiama per insegnare il computer al figlio poi gli chiede di dare un’occhiata  alla zona,  infine lo recluta tra i ‘guardiani’ e poi tra gli estorsori. Franco non può non sentirsi orgoglioso di assumere un ruolo così significativo nei confronti di un criminale: la vita del boss che sta agli arresti domiciliari, dipende da lui e dalla buona guardia che può fargli. Questo vale molto di più dei 50 euro settimanali che gli passa. E, soprattutto, Franco in un certo senso si sperimenta e si confronta con l’ombra del padre: ha l’orgoglio di essere più lucido dei criminali riconosciuti (lui in azione non sniffa, ha bisogno di lucidità dove gli altri si fanno coraggio con la droga); ha l’idea di poterli lasciare quando vuole, che lui è più forte di quanto lo sia stato il padre, che lui non farà il criminale non perché non è all’altezza, ma per sua autonoma decisione.

Ma anche questa dura poco: il boss di Franco appartiene ad un clan perdente e alla prima estorsione – l’estorsione natalizia destinata a finanziare il cenone e la Befana ai bambini - vengono arrestati. Non ho capito come, ma Franco viene indotto dall’avvocato a dichiarare la propria appartenenza alla banda quando in realtà lui era una sorta di battitore libero. Sta di fatto che si prende tutte le aggravanti  per appartenenza alla criminalità organizzata e prende quattro anni per un reato che in altre circostanze, per un incensurato avrebbe forse comportato persino la condizionale. E finisce in un carcere di massima sicurezza dove ci sono esponenti dei casalesi, della mafia siciliana e della mafia del Brenta.

Carmela cerca ancora di salvare il figlio, capisce che deve andar via da Napoli, chiede aiuto al partito (o meglio al boss locale del partito che lei e gli altri identificano col partito), ma il partito -cioè il boss - è in grado di fare favori locali con un ritorno elettorale, non si imbarca in una impresa di salvataggio così complessa. Così si attacca ai “Maestri di Strada’ che sono stati gli unici a darle finora un aiuto al cambiamento.

Il piano è trasferirsi nella città del nord dove ha sede il carcere in modo da preparare il terreno per quando uscirà dal carcere.

E’ stata una fatica immane.

Un gruppo di mie amiche che condividono con me pratiche educative e di solidarietà hanno costituito una rete di solidarietà intorno a Carmela: le hanno trovato la casa, garantito per l’affitto, trovato vari lavori, trovata un’automobile, pagato una parte di affitto, invitata a pranzo, hanno subito i suoi sfoghi, la sua aggressività e quant’altro si può immaginare. Carmela non sta bene in un posto in cui le cose girano intorno al lavoro inteso come mera erogazione di forza lavoro, dove le relazioni sono ridotte al minimo, dove tutto sembra improntato all’interesse e al guadagno ed in cui c’è un profondo isolamento umano.

Oppure non è così ma lei lo vive in questo modo.

Nonostante il suo disagio ed il disagio inflitto agli altri ha trovato una collocazione, quando Franco esce di galera troviamo un posto anche a lui: è provvisorio ma è un lavoro vero che lui fa con coscienza e poi si trova anche una fidanzata.

Le cose sembrano messe bene, ma il tunnel criminale una volta imboccato non ti lascia uscire. C’è un pentito che racconta su Franco tutto l’immaginabile.  Forse un fondamento c’è ma riesumano cose di quando era minorenne, cose su cui non c’è alcun riscontro, ma la parola dei pentiti supera ogni cosa. Franco capisce che tornerà in galera e allora ‘scappa’ a Napoli:  noi, io e la madre, aspettiamo che venga ammazzato come ormai tutti quelli del clan a cui si era avvicinato, oppure che sarà lui a farla grossa: fortunatamente non fa a tempo, né a morire ucciso né ad uccidere, viene arrestato quasi subito e messo in una galera ancora più lontana.

Carmela è disperata.

Intanto l’ultimo figlio, quello che ha studiato che ha un mestiere buono e viene conteso tra le ditte del nord e del sud, si è sposato e si era trasferito da lei. Ma né il figlio né la sua giovanissima sposa trovano pace: traslochi da sud a nord e viceversa perché non si adattano né a nord né a sud e perché il tarlo della malavita è ancora all’opera nonostante le apparenze. Sembra che un uomo da queste parti non possa diventare uomo se non sperimenta seppur marginalmente, l’illegalità.

Carmela vuole andare via, ma se se ne va il suo posto nella graduatoria dei bidelli precari viene azzerato, a Napoli sarebbe superprecaria con poche speranze di avere anche una supplenza,  nella città in cui ormai vive da dieci anni  invece pur non avendo l’assunzione  fa lunghe supplenze.

Finalmente ha anche provato ad avere un compagno. Prima un napoletano che frequenta da tempo, ma la convivenza non funziona: lei ormai è una donna libera, esce di casa, viaggia, decide da sola, e questo non è il modello di comportamento preferito  dal tipico proletario napoletano che nelle relazioni con le donne si avvicina molto al talebano. La gelosia, l’aggressività - e forse altro - vanno alle stelle. Si lasciano.

Poi trova un uomo del posto: sembra gentile, accogliente, cominciano a convivere ma in poco tempo la convivenza diventa un inferno: si picchiano, si derubano a vicenda, si insultano, si minacciano. Lei soprattutto gli rimprovera l’assenza di qualsiasi romanticismo: niente passeggiate, niente cene in pizzeria, nessun gesto di affetto profondo. Tuttavia resiste perché non ha né la casa né i soldi per fittarla, finché si convince che la storia potrebbe avere un epilogo tragico e si decide ad andare a vivere in un piccolo paese della provincia dove prende in affitto una sola stanza perché i soldi per un affitto intero non ce li ha.

Ora è veramente sola, e non ha niente: i figli non ci stanno, amici nel luogo non ne ha perché cambia continuamente lavoro e abitazione, quando sta lì vuole tornare a Napoli, ma quando arriva ritrova intatta la situazione da cui  è fuggita e anche il numero delle amiche, senza più frequentazione, si assottiglia. Se torna a Napoli a cinquanta anni e senza un lavoro non ha nessuna prospettiva. Si rende conto che sta impazzendo, cerca aiuto da qualsiasi parte: una psicologa le dice - a ragione - che lei non è malata e con meno ragione le dice che non è compito suo aiutarla; sindacati, partiti, anime buone assortite,  in genere non trovano di meglio che farle qualche predica e prendere le distanze.  L’ultima volta che l’ho vista, l’ho vista veramente vacillare, ad un passo dalla perdita definitiva dell’equilibrio mentale. Ma Carmela è forte, si è resa conto di questo, che doveva assolutamente venirne fuori, ora frequenta un gruppo ‘spirituale’ che non ho capito bene cosa fa, ma comunque le da un po’ di aiuto, la sostiene in un processo di elaborazione; sta anche leggendo dei libri sul ‘controllo mentale’ vuole arrivare a controllare se stessa perché è veramente disperata e sola.

Continua a chiedermi di scrivere una lettera ad una autorità per venirle in aiuto, al presidente della repubblica. Io a queste cose non credo, e comunque non è arte mia.

Nella storia di Carmela io vedo la ripetizione di tante storie che mi stanno intorno. Le madri dei nostri allievi difficili vivono tutte, seppure in forme diverse, la stessa solitudine , la stessa disperazione, lo stesso deserto di sentimenti e di solidarietà. C’è un gran parlare di associazionismo, solidarietà e quant’altro può esserci di politicamente corretto e di socialmente utile, tuttavia una rete vera di solidarietà che sia in grado di dare ad una donna innanzi tutto affetto e solidarietà  e poi sostenerla nella sua lotta, una simile rete non esiste perché è veramente difficile prendersi cura l’uno dell’altro quando la realtà interna di ciascuno è così devastata. Carmela continua ad oscillare tra agiti violenti ed aggressivi e stati depressivi in cui si auto accusa, in cui denuncia la propria aggressività, in cui dubita che lei possa mai fare qualcosa di buono. Io non so come non sia ancora impazzita.

Io l’ho vista all’opera quando ha partecipato per qualche mese ai ‘nidi di mamme’: aveva cura, gentilezza e responsabilità verso i bambini, era coscienziosa nel lavoro, ma al tempo stesso era aggressiva e spietata quando le altre sbagliavano o erano scorrette nel lavoro.

Era feroce quando sentiva puzza di ingiustizie e favoritismi.

Continuamente in lei si vedeva all’opera un senso di giustizia ed umanità derivante da una profonda empatia con i deboli, ed al tempo stesso una radicata abitudine a farsi giustizia da soli, a non tollerare i tempi lunghi della cooperazione e della condivisione. Osservando lei ho capito quanto a volte sia importante anche tollerare l’ingiustizia se si vuole veramente costruire una comunità. I cavalieri senza macchia e senza paura sono eroi solitari che non costruiscono comunità. Insomma Carmela, senza nessuno che curasse specificamente le relazioni tra gli operatori che costituivano quella piccola comunità, anche quando faceva al meglio le cose, anche quando era nel giusto, trovava modo di essere aggressiva e distruttiva.

Quindi non è affatto facile trovare una collocazione per lei,

eppure io non so rassegnarmi e continuo a pensare che invece deve essere possibile.

Se infatti una società accetta passivamente che donne come Carmela debbano perdersi, ammalarsi in modo irreversibile, finire sotto i ponti,  fare un atto inconsulto, questa società non ha senso.

Se devo pensare che solidarietà e progetti civili siano sempre riservati al futuro oppure riservati “ai capaci e meritevoli” questi progetti non mi interessano.

Dunque  vorrei parlare di questo non attraverso formule ideologiche e vari dover  essere.  Su come costruire strategie a lungo termine abbiamo dato e stiamo dando. Ma ogni strategia deve fare i conti con il qui ed ora, se no diventa una utopia oppiacea. La domanda è: è possibile - oggi, in un luogo d’Italia - che un gruppo di persone si prenda reciprocamente cura di sé includendo anche chi non ha un bel carattere e chi ha l’animo esacerbato? Possiamo creare una comunità per individui “normodotati gravi” che non riescono ad adattarsi  ad una normalità che hanno sentito sempre estranea e nemica? Sono possibili gruppi di auto aiuto tra persone sole che hanno solo bisogno di un amico con cui condividere la fatica del quotidiano? Carmela ha ancora voglia di rimettersi in gioco, di ricominciare daccapo, ma di certo se torna a Napoli viene sollecitata in tutte le direzioni tranne quella giusta e lo stesso ambiente che l’ha costretta ad emigrare preme perché rientri nei ranghi. Se resta dov’è sola, senza amici, senza nessun progetto, nessuna risorsa, finisce per impazzire. [Cesare Moreno]

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